ARTICOLO | Economia

Uova contaminate: Coldiretti, 1/3 consumate come derivati

9 Agosto 2017
Uova contaminate: Coldiretti, 1/3 consumate come derivati
 

?Prandini, fare chiarezza, togliere il segreto su destinazione import

 
Con 1/3 delle uova consumate dagli italiani attraverso pasta, dolci ed altre preparazioni alimentari, dopo lo scandalo della contaminazione con l’insetticida Fipronil e commercializzate in Europa, occorre togliere il segreto sulla destinazione finale dell’import di tutti i prodotti alimentari. E’ quanto chiede la Coldiretti nel sottolineare che a rischio non ci sono solo le uova e gli ovoprodotti ma anche gli alimenti realizzati con le uova contaminate con l’insetticida fipronil commercializzati in Europa. L’Italia ha importato nei primi quattro mesi dell’anno 578mila chili di uova in guscio di gallina dai Paesi Bassi secondo una analisi della Coldiretti che sottolinea la necessità di considerare pero’ anche i derivati delle uova usati a livello industriale e gli alimenti realizzati con le uova a rischio.
“Non possiamo più aspettare – afferma Ettore Prandini, Vice Presidente nazionale di Coldiretti e Presidente di Coldiretti Lombardia – delle 215 uova consumate in media pro capite ogni anno in Italia, ben 140 sono mangiate tal quali ed il resto attraverso pasta, dolci e altre preparazioni alimentari derivate per le quali non c’è ancora una chiara indicazione di origine. Inoltre non si può trascurare il  ruolo delle triangolazioni di prodotti di paesi extra UE che vengono importati nell’Unione, diventano europei e poi vengono spediti da noi, tanto nessuno può sapere da dove arrivano le uova utilizzate. Dopo l’ultimo scandalo in Olanda e Belgio, l’Italia non può certo chiudere gli occhi e fare finta di nulla. Il consumatore deve poter scegliere anche in base alla sicurezza che un prodotto davvero italiano gli garantisce”.
Sulle uova in guscio l’indicazione di origine è presente, “ma è necessario – spiega Prandini – migliorarne la visibilità, non sono più sufficienti quattro codici e una data sul guscio, bisogna scrivere chiaramente, anche sulle confezioni e sui cartoni, da dove arrivano e rendere riconoscibile ogni possibile informazione ai consumatori.
Grazie alla produzione nazionale di 12,9 miliardi di pezzi l’Italia – conclude la Coldiretti – è praticamente autosufficiente per il consumo di uova. Sul guscio delle uova di gallina – sottolinea la Coldiretti – c’è un codice che con il primo numero consente di risalire al tipo di allevamento (0 per biologico, 1 all’aperto, 2 a terra, 3 nelle gabbie), la seconda sigla indica lo Stato in cui è stato deposto (es. IT), seguono le indicazioni relative al codice ISTAT del Comune, alla sigla della Provincia e, infine il codice distintivo dell’allevatore. A queste informazioni si aggiungono – conclude la Coldiretti – quelle relative alle differenti categorie (A e B a seconda che siano per il consumo umano o per quello industriale) per indicare il livello qualitativo e di freschezza e le diverse classificazioni in base al peso (XL, L, M, S).