ARTICOLO | Economia

Pasta 100% made in Italy solo se è garantita l’origine del grano duro

4 Settembre 2026
Pasta 100% made in Italy solo se è garantita l’origine del grano duro

Il Segretario Generale di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, sul quotidiano Il Sole24Ore, rilancia con grande forza una battaglia che è prima di tutto culturale e sociale: difendere il reddito dei nostri agricoltori e la salute e il diritto all’informazione dei cittadini, mettendo la trasparenza al centro del sistema agroalimentare.
Una visione che parla di origine, reciprocità, diritti, ambiente, salute e futuro dell’agricoltura italiana.

Ecco l’articolo completo pubblicato a pagina 14 de Il Sole24Ore

Un consumatore informato è forse l’arma più potente per costruire una società più sostenibile sotto il profilo delle responsabilità sociali. Le implicazioni che si celano dietro le scelte alimentari sono, infatti, molteplici e abbracciano in primo luogo le sfere della salute, dell’ambiente e dei diritti. Rendere più trasparenti i contenuti materiali e immateriali che accompagnano il cibo significa consentire ai cittadini di nutrirsi meglio, ma anche di manifestare, sulla base di elementi certi, le proprie preferenze verso valori sociali, etici e ambientali. Come ci ricordava sempre il compianto Carlin Petrini, mangiare è un potente atto politico che attraversa gli schieramenti politici e quello che resta delle ideologie.

L’origine di un prodotto alimentare è una parte fondante della carta di d’identità di un alimento, perché rappresentativo di precisi sistemi di norme, regole e controlli, di specifiche tradizioni, di particolari tutele e di condizioni agro-ecologiche uniche. Ed è per questo che l’origine è una delle variabili considerate più rilevanti nel processo di scelta alimentare. Per molti prodotti, come nel caso della pasta, risulta poi assolutamente determinante.

L’iniziativa dello spot con le atlete e gli atleti nazionali di pallavolo che invitano a scegliere la pasta fatta con 100% di grano italiano, in onda da qualche giorno, è per queste ragioni un primo importante tassello nella prospettiva di permettere al consumatore di essere più informato e consapevole. Il progetto, realizzato dal Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare, invita alla lettura delle informazioni in etichetta, promuovendo il consumo di pasta fatta con grano duro italiano. Un’operazione che va nella direzione della trasparenza e, quindi, di un mercato che funziona meglio perché in grado di incorporare le preferenze dei consumatori. Un’operazione che fa bene ai cittadini e all’intera filiera della pasta e, ovviamente, un pò meno a chi per anni ha predato il valore aggiunto generato dal sistema, innanzitutto stringendo la tenaglia speculativa sugli agricoltori italiani. Il gioco è quello di importarne grandi quantità di grano duro in prossimità del periodo di raccolta, così da deprezzare il prodotto italiano. Il passo successivo, e decisivo, è quello di poter scrivere, perché consentito dalle norme europee, made in Italy su un pacco di pasta anche se non contiene neanche un chicco di grano italiano. L’invito del ministero a leggere meglio l’etichetta fa, quindi, innanzitutto chiarezza, promuovendo la lettura di una informazione essenziale. Parla ad un consumatore in gran parte ignaro,  e a dirlo sono autorevoli indagini demoscopiche, che la pasta etichettata come made in Italy possa essere fatta per nulla o solo parzialmente con grano italiano. L’inganno non riguarda solo la pasta, ma una moltitudine di prodotti alimentari trasformati, che si fregiano del made in Italy anche grazie ad una assurda norma, quella della cosiddetta ultima trasformazione sostanziale, che consente con poche lavorazioni di cambiare il codice doganale e quindi l’origine di un prodotto. Lo spot voluto dal Ministro Lollobrigida non solo aiuta il consumatore a scegliere con consapevolezza, ma allo stesso tempo testimonia la necessità di assecondare un bisogno diffuso di informazione che l’attuale sistema di norme europee paradossalmente contrasta. Stiglitz ci rammenta che le regole servono a proteggere i cittadini e devono creare trasparenza e soprattutto un terreno di gioco uguale per tutti. Quelle messe a punto dall’Ue fanno il contrario, favorendo opacità e squilibri di mercato. Chi ha goduto del potente agio costruito su questo inganno legalizzato, chi ha potuto trafficare in questo recinto normativo, si sente sotto attacco e cerca di fare muro, con rivendicazioni fantasiose. Quale può, infatti, essere la motivazione di nascondere l’origine del grano se la qualità del prodotto, come sostengono, non ne risente? Quale motivazione può contrastare la necessità di un mercato più trasparente e di un consumatore più informato?

Stiamo trattando della difesa di interessi generali, che partono dai cittadini e arrivano agli agricoltori, passando per industriali capaci e lungimiranti. Per difenderli bisogna, inevitabilmente, sottrarre terreno a questi signori e ai loro interessi. Non parlerei di guerra nella filiera come fatto da alcuni. Non ci sono visioni di futuro contrapposte, ma trasparenza contro inganno, interessi collettivi contro interessi di pochi.

Chi vuole comprare pasta fatta con grano canadese, essiccato chimicamente con l’aiuto del glifosato, trattamento vietato in Italia e in Europa, può scegliere di farlo ma chi vuole comprare pasta fatta con grano maturato al sole, deve poter fare altrettanto. E il fatto che le norme europee consentano di importare grano con residui di glifosato entro limiti considerati sicuri, come alcuni hanno voluto sottolineare in questi giorni, non significa che si debba nascondere ai cittadini la provenienza del grano. Diciamo da dove viene, come è fatto, e perché in Europa è vietato farlo così.  Quello lanciato dal ministero con lo spot sulla pasta è un segnale non risolutivo ma che crediamo importante anche nel contribuire a sollecitare un cambiamento dell’impianto regolatorio europeo in materia di origine e commercio dei prodotti agroalimentari. Che deve guardare al cambiamento della citata norma sull’ultima trasformazione sostanziale e, parallelamente, al tema della reciprocità degli standard. Gli impatti dello squilibrio tra i livelli di responsabilità sociale che caratterizzano la geografia internazionale della produzione agroalimentare sono, infatti, sempre maggiori, come del resto in altri settori. La diversità delle responsabilità, ambientali, sociali e verso la salute pubblica, nonché la diversa capacità e capillarità dei sistemi di controllo, stanno alimentando la progressiva ri-localizzazione, in alcune aree del mondo, di alcune produzioni fondamentali ed anche alla concentrazione, in quelle stesse aree, dell’inquinamento e dello sfruttamento del lavoro. Un chilo di prodotto agricolo europeo inquina in media la metà di uno proveniente ad esempio dal sud America, uno italiano circa un terzo. È stato, inoltre, sottoposto a controlli più rigorosi e non è stato trattato con centinaia di sostanze attive vietate in Europa, ma ammesse fuori dai suoi confini. Non sono questioni banali, sia perché dietro di esse si nasconde l’occultamento di enormi costi sociali e ambientali, sia perché pregiudicano la competitività del sistema europeo, distribuendo spesso buona parte del valore economico che il consumatore riconosce alla cifra ambientale, sociale ed etica espressa dal sistema degli standard europei a chi da questi standard è lontano anni luce.

L’ambizione europea, nata in un altro tempo e con altri interpreti, di guidare attraverso il multilateralismo l’avanzamento degli standard a livello planetario è fallita da tempo. Nella torre d’avorio di Bruxelles non se ne sono accorti, non sono stati neanche scalfiti dai fatti e dalle profonde trasformazioni che questo tempo, che verrà certamente consegnato alla storia come spartiacque tra epoche, sta vivendo. Le vicende dell’automotive e di altri pezzi importanti della manifattura europea dovevano essere importanti allarmi, da cui trarre lezione e sono state invece derubricate a effetti collaterali del processo di transizione europea. Non si è capito verso cosa se non, come direbbero i fatti, verso la dissoluzione della forza di questo grande spazio economico e di mercato che è l’Ue. Prima al mondo per valore della vendita al dettaglio di prodotti alimentari, circa un terzo in più di Cina e Stati Uniti, prima al mondo nelle esportazioni e nelle importazioni di cibo. Accettare questo divario e malauguratamente ampliarlo, come è nei programmi europei, senza norme di reciprocità può diventare la falla che, in questo nuovo mondo, può far definitivamente affondare il nostro apparato produttivo e il nostro sistema di welfare.

Vincenzo Gesmundo, Segretario Generale Coldiretti