Negli ultimi anni una delle maggiori preoccupazioni di salute pubblica riguarda la resistenza crescente di vari ceppi batterici agli antibiotici, inclusi quelli di ultima generazione e di ultimo utilizzo (usati in casi critici e qualora altri antibiotici non riescano a debellare i batteri).
Il problema è dovuto ad un uso eccessivo di antibiotici negli ultimi decenni, sia a scopo umano che negli allevamenti animali. Sebbene tale consumo sia diverso nei vari Stati dell’Unione, vi è un problema di diffusione della resistenza agli antibiotici che non conosce confini geografici, e che può essere “importata” anche da lontano. Un problema di esternalità insomma.
Per la prima volta in un’analisi integrata, European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), the European Food Safety Authority (EFSA) and the European Medicines Agency (EMA) hanno pubbicato una relazione, sulla base di dati ottenuti da 5 diversi network di ricerca (EARS-Net, ESAC-Net, FWD-Net, Scientific Network for Zoonosis Monitoring Data and ESVAC).
La relazione –sollecitata dalla Commissione Europea– contiene dati sui consumi di antibiotici per specie animali, sui consumi ospedalieri e una mappatura dei batteri resistenti sia in persone in salute che ammalate, riferiti agli anni 2011-2012.
La Commissione Europea ha intrapreso un piano di azione contro la crescente minaccia della resistenza microbica, ed il report rappresenta il primo sforzo congiunto dei 3 enti scientifici.

I risultati
Si è riscontrata una associazione positive tra consumo di antibiotici e la formazione di batteri resistenti, ma in vari casi, anche una associazione positiva tra consumo di antibiotici negli animali e resistenza in batteri trovati nell’uomo. In ogni caso si sottolinea come la acquisizione della resistenza agli antibiotici sia un fenomeno complesso, con diversi fattori da tenere in considerazione oltre al livello di consumo di antibiotici in quanto tali.
Si raccomanda un uso responsabile degli antibiotici sia negli uomini che negli animali.
La resistenza microbica è imputata per 25000 morti ogni anno in Europa, e oltre 1,5 miliardi di euro di impatto economico sulla salute pubblica.