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“Etichette della salute”: come funzionano nel mondo?

27 Settembre 2013
“Etichette della salute”: come funzionano nel mondo?

Ora è di gran moda parlarne, e proporle: ma ancora poco si sa su come effettivamente migliorano (o peggiorano?) l’alimentazione delle persone. Questo in effetti potrebbe essere un effetto inatteso delle etichette salutistiche, almeno su determinati alimenti.

 

La promessa non mantenuta …

Stando a diversi studi, nonostante la etichetta americana (“Nutrition Facts”) abbia dato enfasi a nutrienti “cattivi” come grassi saturi e zuccheri, negli ultimi decenni l’ondata di obesità e sovrappeso non è affatto diminuita. Come dire: le etichette così congegnate non servono. E in questi giorni, Michael Jacobson del CSPI (Center for the Science in the Public Interest) ha richiamato l’attenzione su quanto siano ingannevoli le etichette nutrizionali se poi …. si nasconde la parte davvero importante del messaggio: la lista degli ingredienti! Spesso presentata -sul mercato USA- in caratteri minuscoli e illeggibili. In Europa al momento non c’è una norma assoluta. In base alla direttiva in vigore, le etichette devono essere chiare, leggibili e comprensibili, ma.. non c’è ad esempio un carattere minimo dimensionale dei caratteri).  Solo con il Reg. 1169/2011 il font minimo è divenuto pari a 1,2 mm come regola base.

La seconda promessa … non mantenuta …

E circa le etichette focalizzate su messaggi “positivi” e di salute invece, e non su quelli negativi? Proprio in questi giorni il Wall Street Journal ha segnalato un aumento dal 19% al 31% di consumo di “junk snack” in risposta a nuove ricette. Magari apparentemente “appena” più salubri, ma con immutata buona parte della natura “junk” della barretta. Il concetto sottolineato allora è quello della “permissible indulgence: ovvero, la blanda riformulazione nutrizionale delle barrette, al fine di poter vantare qualche proprietà nutrizionale o salutistica, serve per togliere sensi di colpa del consumatore. Che in questo modo però, consumerebbe tanto di più (il 50% addirittura rispetto a qualche anno fa).

La ricerca

Il network INFORMAS (International Network for Food and Obesity/NCD Research, Monitoring and ACtion Support, guidato dalla International Obesity Task Force, ha allora cercato di capire, su scala globale, quali etichette salutistiche esistono (nella tassonomia del Codex Alimentarius, quindi armonizzata); quali ricerche sono state condotte in passato sul food labelling; quali indicatori esistano (o possono essere costruiti) per misurare la funzionalità del food labelling rispetto alla salute. E come fare (il nocciolo dello studio) per mettere in piedi un sistema di monitoraggio efficace, per il futuro, sulle stesse etichette “salutistiche”.

Le etichette indagate sono quelle: che contengono una qualche forma addizionale di informazione (e/o) un qualche claim salutistico. La lista degli ingredienti è considerata informazione nutrizionale, ma anche aspetti come “gustoso”, “bio” lo sono.

Sono stati passati al vaglio 6 database di letteratura scientifica, coprendo solo studi svolti in grandi superfici di vendita (supermercati). E ci si è focalizzati in particolare su quei nutrienti critici per gli scopi di INFORMAAS; ovvero, obesità e malattie collegate.

Gli obiettivi

Lo scopo pratico della ricerca sarà perciò di verificare se alcuni aspetti centrali dell’etichettatura considerati utili per “costruire” contesti alimentari migliori- siano o meno presenti, in quali paesi. Tra gli aspetti proposti vi sono:

–          La lista degli ingredienti (dovrà essere verificata la % degli alimenti con una lista degli ingredienti, e anche la % di alimenti con lista degli ingredienti caratterizzanti “QUID”, ovvero con ingredienti espressi in %);

–          La dichiarazione nutrizionale (dovrà essere verificata la % di alimenti con tale dichiarazione; ed entro questi, quelli che ne hanno una in accordo con le norme internazionali del Codex Alimentarius)

–          La dichiarazione nutrizionale “simbolica” (es, loghi) di tipo interpretativo e che possa facilitare la scelta dei consumatori oltre a numeri e parole (dovrà essere anche in questo caso verificata la % di alimenti con questa “Symbolic Nutrition Information-SNI)

–          Messaggi nutrizionali (dovrà essere monitorata la % di alimenti sani con tali messaggi; e la % di quelli in linea con il Codex ALimentarius) , come ad esempio "ricco di vitamina C" e simili

–          Messaggi salutistici (anche in questo caso, dovrà essere monitorata la % di alimenti sani con tali messaggi; e la % di quelli in linea con il Codex ALimentarius), come ad esempio "la vitamina C riduce il senso di fatica"

Tutti questi aspetti idealmente dovrebbero essere presenti su tutti gli alimenti, come obiettivo di massima di INFORMAS.

Conclusioni?

Un primo passo, significativo, quello di INFORMAS, anche data la proliferazione di schemi diversi di etichettatura nutrizionale, con il rischio di perdere di vista le cose davvero importanti, alla base di un approccio armonizzato. L’idea di seguire alcune linee guida su scala internazionale, valide per tutti, e creare così un consenso, è buona. Inoltre, il progetto va a colmare un vuoto di studi significativo.

L’ultimo studio in materia, di tipo comparativo, risaliva infatti alla Organizzazione Mondiale della Sanità, 2004!

Se quindi lNFORMAS è davvero benvenuta, vi sono tuttavia aspetti poco chiari o discutibili. Come la richiesta di un sistema di informazione simbolica da estendere possibilmente su tutti gli alimenti. Come insegna il caso dell’Hybrid Traffic Light inglese, tali schemi non possono essere chiamati in causa così “alla leggera”  e accettati in blocco (affermando che tutti i cibi devono averne uno, come pretende INFORMAS). Sebbene infatti il loro ruolo chiave sia di facilitare scelte consapevoli in soggetti che faticano a processare informazione alfanumerica, a volte possono distorcere la realtà nutrizionale. Mascherando cibi junk o snack come tutto sommato accettabili, e squalificando invece alimenti nutrizionalmente ricchi (ma è un discorso lungo: si veda in merito). Un altro aspetto da verificare riguarda poi la desiderabilità in quanto tale di etichette nei format proposti. E  bisogna rimettersi alla behavioral economics, e al peso effettivo che le etichette hanno nel migliorare le diete. Qui la ricerca è appena partita: e ne andranno sicuramente considerati i risultati, prima di giudicare normativamente come “desiderabili” aspetti di policy.