–15 agosto 1971, Camp David. Richard Nixon dichiara defunto il sistema di convertibilità fissa delle valute a partire dal dollaro, a sua volta ancorato all’oro (“gold standard”).
Febbraio 2014: la Cina abbandona la politica di autosufficienza cerealicola.
Cosa hanno in comune due fenomeni all’apparenza così distaccati e lontani, sia nello spazio che nel tempo e soprattutto, nei rispettivi “domini” della realtà retrostante? Risposta: la globalizzazione e le pressioni poste sui confini nazionali (comunque siano definiti: in termini valutari, o alimentari). Allora il sistema a cambi fissi era diventato insostenibile in un momento di rapida crescita degli scambi ma soprattutto di forte indebitamento del Governo USA (complice le spese belliche del Vietnam): fu necessario svalutare il dollaro (il valore reale si distanziava paurosamente dal valore “teorico”, rendendo necessario rimpinguare continuamente le riserve auree di Fort Knox).
In Cina oggi accade qualcosa di (sotto i rispettivi punti di vista) analogo: si svaluta il costo del cibo, rinunciando alla “parità alimentare” (o food security), perché è diventato troppo costoso da produrre internamente (fattori limitanti: suolo, e popolazione crescente).
Questa rinuncia sarebbe in qualche modo positiva e realistica, anche alla luce della teoria dei vantaggi comparati (“ogni paese produce ciò che sa fare relativamente meglio”, secondo la dottrina macroeconomica “burro o cannoni?”). Se non che la Cina sta dismettendo cereali per produrre carne. Ma se non è stato efficiente e sostenibile farlo con i primi, non si capisce come possa esserlo per la seconda (che ha un impatto maggiore in termini di consumo del suolo, bilancio tra calorie immesse e calorie in uscita, nonché-non dimentichiamolo- malattie non trasmissibili e costi di salute pubblica).
Ad una ideologia-comunista dei cereali, se ne sta sostituendo un’altra (neo-capitalista?) del consumo (globale) di carne. Che rischia di essere molto peggiore circa l’impatto sulla salute pubblica cinese ma anche globale (l’uso di antibiotici negli allevamenti suini cinesi è elevatissimo- come documentato da alcuni studi- e sta conducendo a gravi forme di resistenza batterica incrociata: queste non facilmente confinabili entro la Cina.
Un flash back
Il principio dell’autosufficienza alimentare è stato a lungo uno dei collanti ideologici del partito comunista: food security insomma. Ma negli ultimi anni il gap tra le dichiarazioni e l’enfasi sulla sovranità alimentare e le importazioni si era irrimediabilmente divaricato. Con importazioni crescenti ed un raccolto in calo. Se la Cina è diventata un importatore alimentare netto dal 2004, l’obiettivo –rimodulato- è ora di raggiungere un 80% e non più un 95% di autosufficienza, come ripreso dal Financial Times sulla base della nuova posizione politica del Consiglio di Stato cinese.
Ma cosa risiede dietro alla rinuncia di questa “parità alimentare”?
Erosione dei suoli e desertificazione
In base a studi come riportati già nel 2008 dal The Guardian, nei prossimi 30 anni l’erosione e desertificazione del suolo cinese potrebbe essere una minaccia reale. In particolare nella zona del Sud Est, mettendo a rischio le terre di 100 milioni di agricoltori. Questi i risultati della più estesa indagine condotta negli ultimi 60 anni in materia. La Fao non è più tenera: il 40% delle terre cinesi pari a 3,80 kilometri quadrati , sono seriamente compromesse. Il calo della produzione dei cereali sembra quindi una resa bella e buona, una sonora sconfitta, più che non una “rimodulazione degli obiettivi di politica economica”.
… Popolazione crescente: la fine della politica del figlio unico in Cina
In base alla politica cosiddetta del “figlio unico”, che prevedeva uno stretto controllo demografico sulle nascite, la popolazione cinese sarebbe andata calando nel giro di 2-3 decenni (in altre parole: è atteso un calo fino al 2030). Tale politica attiva dal 1979, si basava prima su un vero e proprio divieto, poi declassato a livello di sanzioni pecuniarie per i trasgressori.
Ma la forte crescita economica della Cina ha portato a rivedere tale scelta, per avere forza lavoro sufficiente a sostenere i settori produttivi chiave del “miracolo cinese”. E ora, con tassi di natalità non strettamente controllati ed un export che traina l’economia, tale legge è stata ritirata l’anno scorso. Ovviamente questo pone problemi in termini di aumentato ricorso alle derrate alimentari.
Enfasi sulla qualità
Se quindi la food security- o tasso di auto-approvvigioanmento alimentare- appare a rischio, in Cina, il governo sembra cambiare ‘orizzonte dei valori: dichiarando una svolta verso la qualità al posto della quantità. Questo a parole. Perché nei fatti, portare la produzione alimentare dai cereali a carne, frutta e verdura (questi gli impegni del governo) può non essere né agevole né più sostenibile rispetto al grano e ai cereali. Certo negli ultimi anni la Cina sta cercando di adeguarsi agli standard internazionali sulla qualità e sicurezza alimentari, soprattutto dopo casi come quello della melamina nel 2009. Ma la “carne di massa” non può essere una risposta credibile. Nel 2012 il consumo di carne della Cina è stato doppio di quello USA, con 71 milioni di tonnellate contro 35. Su scala globale, la produzione di carne è passata da 50 milioni nel 1950 a 280 milioni nel 2010. Il consumo pro-capite, da 17 a 40 kilogrammi all’anno.
Il piano (rischiosissimo?) di crescita della produzione di carne infatti sta già mostrando i suoi limiti, oltre che una scarsa plausibilità. La carne è infatti più “costosa” da produrre, in senso lato dei cereali. Se il rapporto calorie in entrata e calorie in uscita è pari a 4 ad 1 per i cereali, per le proteine animali arriva facilmente fino a 9 ad 1. Inoltre, la impronta idrica di un kilogrammo di carne di manzo o suina è pari a 15000 litri o 6000 litri circa. contro quella di 1600 litri di un kg di grano. Simile l’impronta carbonica, con differenze a dire il vero ancora più accentuate.

Ma l’occidentalizzazione delle diete è un fenomeno reale. Che sta creando però costi enormi. Vi è infatti un ulteriore tassello infatti da considerare, su un piano meno astratto rispetto a indicatori ambientali di difficile comprensione: il crescere dell’obesità e sovrappeso, con malattie non trasmissibili connesse: secondo l’Oragnizzazione Mondiale della Sanità, la percentuale di adulti sovrappeso od obesi è cresciuta dal 25% nel 2002 fino al 38,5% nel 2010, in una popolazione di 1 miliardo e 370 milioni di persone. Secondo le stime ufficiali, dal 50% al 57% della popolazione adulta sarà obesa entro il 2015.
Al contempo, si stima che la Cina sia oggi il paese con i più elevati tassi di diabete su scala globale. : 114 milioni di persone, pari oltre al 12%, secondo uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA): crescita impressionante a partire dagli anni ’80, quando solo l’1% della popolazione ne soffriva 5,5 nel 2001 e 9,7 nel 2007, fino alle cifre attuali.
In ultima analisi: alcune cose non tornano. Non torna la dichiarata enfasi sulla qualità; così come non torna l’aumentare la produzione di carne in un periodo storico in cui la Cina sta già pagando il prezzo (nei campi e in tavola) di questa occidentalizzazione della dieta, con i costi ambientali e di salute attuali. Se il desiderio di autosufficienza alimentare non è più realizzabile, ancor meno ha senso concentrarlo sulla produzione di derrate alimentari “difficili” come la carne. Continuando così, si produrrà un nuovo gap, da qualche parte (come salute pubblica, o come ambiente, o ancora, come gas serra globali) che da qualche parte bisognerà pagare. Sarebbe come stabilire un nuovo “gold standard” monetario, ad altri livelli, con valori fissi cui ancorarsi. Ironia della sorte, dopo averne appena dismesso uno. Ma la storia- da Camp David in poi- avrebbe qualcosa da dire.
