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Bimbi obesi? Peggiori in matematica

8 Ottobre 2013
Bimbi obesi? Peggiori in matematica

Lo studio è stato realizzato dalla WZB Berlin Social Science Center (WZB) e pubblicato su una rivista di sociologia tedesca. I dati derivano dalla German Health Interview and examination Survey for Children and Adolescents condotto dal Robert Koch Institute  e dall’indagine Mikrozensus 2009. I bei voti in matematica tra i bimbi obesi sono molto meno frequenti, indipendentemente dal profilo sociale. La probabilità di prendere un voto alto (1 o 2 corrispondenti ad A o B) è il 10-11% più basso rispetto ai coetanei magri.

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Il voto, per contro non sembra influenzato da quanto sport è praticato  o da quanta televisione si guarda. Sembrerebbe un fenomeno puramente fisiologico dunque. Ma gli autori sottolineano un altro elemento. Le ragazze “fuori forma” sono molto spesso soggette a scherno, molto più dei ragazzi.  Risultato: una bassissima autostima. Tuttavia, seppur meno tartassati dai coetanei, anche i ragazzi obesi mostrano un profilo psicologico caratterizzato da poca autostima, che in parte potrebbe spiegare i bassi voti in matematica.

Se già in passato sono state portate diverse evidenze di come un cattivo regime alimentare possa limitare le performance scolastiche-con il junk food sul banco degli imputati-la ricerca aggiunge nuovi spunti.

Infatti, oltre ad aspetti di mero "rendimento" cognitivo, sembrano emergere anche aspetti più strettamente sociali: i "ciccioni" si sentirebbero più soli e quindi con un livello di interazione-anche scolastica- e conseguente apprendimento più bassi. Questi i risultati di uno studio del 2012 negli USA, nato dalla collaborazione tra diverse università (California, Missouri e Columbia) su 6250 bambini (pubblicato su Child Development).

Il filone della letteratura su bambini e cibo è comunque del tutto interessante, con temi spesso di confine, e che stimolano paure recondite. Ricordiamo il caso dei coloranti artificiali "Southampton", incolpati, nel Regno Unito e poi in Europa, di favorire la sindrome di deficit di attenzione e iperattività; o ancora, l’allattamento con sostituti del latte materno, responsabili di un minore sviluppo cerebrale e immunitario. Sono poi stati condotti diversi studi su snack e merendine e performance cognitive e scolastiche; o anche semplicemente, sulla alimentazione nei bambini tra 1 e 3 anni e il successivo quoziente intellettivo alle scuole elementari (studio Avon Longitudinal Study of Parents and Children –ALSPAC-, condotto dall’Università di Bristol). Chi mangia peggio, finisce per avere risultati scolastici peggiori.

Anche se i meccanismi precisi vanno meglio compresi, entrambe le basi (biologiche, dovute a carenze nutrizionali; e sociologiche, in ragione dell’emarginazione dei "diversi") hanno una plausibilità forte.

A ricordarci che l’alimentazione, comunque vada, ha delle conseguenze. E che su questioni "di peso", non bisogna avvicinarsi "alla leggera".