ARTICOLO | Archivio

“Facciamo presto, non c’è più tempo.” Lester Brown, il libro e la presentazione a Milano

29 Novembre 2012
“Facciamo presto, non c’è più tempo.” Lester Brown, il libro e la presentazione a Milano

Lo scopo di questo libro consiste nell’aiutare gli essere umani a prendere coscienza che il tempo scarseggia. Il mondo potrebbe essere molto più vicino di quanto comunemente si creda a un’ingestibile carestia alimentare”. Questa la premessa di Lester Brown, fondatore dell’Earth Policy Institute, al suo ultimo libro, “9 miliardi di posti a tavola”. Ospite alla Bocconi di Milano del  BCFN (Barilla Center for Nutrition), Brown ha appena finito -nel momento in cui scriviamo- di relazionare sulle sfide imminenti che ci attendono.

Lester Brown

Ma chi è Lester Brown? Nel 1974, con lungimiranza, fondò a Washington DC il Worldwatch Institute, con l’obiettivo di focalizzare gli elementi economici, ambientali, sociali, politici dell’agricoltura e dell’alimentazione. Vedendo insieme problematiche fino ad allora analizzate separatamente. Uno dei primi quindi ad interessarsi al concetto di “sostenibilità”. Dal 1984 poi, l’Istituto inizia a pubblicare annualmente il rapporto “State of the World”, tradotto in 30 lingue ogni anno. Infine, nel 2001 Brown lancia l’Earth Policy Institute: che è riuscito a mettere all’attenzione di tutto il mondo la necessità di un “piano B” per il pianeta (2004), abbandonando definitivamente i modelli di produzione e consumo attuali. Insomma, non si può fingere che nulla stia accadendo a livello di limiti produttivi e continuare come prima (“business as usual”, BAU). Occorre allora risalire la china pericolosa sulla quale il pianeta si è incamminato, per evitare il collasso della nostra produzione agricola, e tenendo in considerazione aspetti diversi: agronomici, ecologici, etici. Un piano b di questo tipo potrebbe costare su scala globale relativamente poco, 185 miliardi di dollari. Ma è l’unica strada rimasta per salvare noi e le nostre progenie. I dati diffusi da Doha in questi giorni dimostrano come per il 2020 lo scenario drammatico di 2 gradi di aumento della temperatura globale potrebbe essere troppo ottimistico e le stime aggiornate prevedono almeno 7 gradi. Le conseguenze sarebbero dramattiche: in base a dati parziali, per ogni grado centigrado di aumento della temperatura, la food security agricola diminuirebbe di un 10%. E studi locali dimostrano che potrebbe essere una stima per difetto.

Pianeta Terra, una questione di food security

Ogni minuto che passa- più o meno il tempo che impiegherete a terminare la lettura di questa frase- 247 persone nascono, 107 muoiono: che fanno, al giorno, 385.046 nuovi cittadini del nostro pianeta, contro 154.077; che fanno in un anno, 140.541.944 nati mentre “solo” 56.238.002 ci lasciano.

Questo ritmo di crescita pone dei forti interrogativi sulle capacità delle risorse che abbiamo a disposizione per continuare a produrre a sufficienza per tutti: dopo che per decenni si è già arrivati a spremere il suolo con il contributo di fertilizzanti artificiali, con inquinamento delle falde acquifere, distruzione degli ecosistemi e della biodiversità, emissioni di gas serra. In breve, dopo che si è entrati in una nuova era geologica, l’ “Antropocene”, caratterizzata dall’impronta umana e dal suo rivoluzionare equilibri naturali e ritmi che si prima esprimevano su lunghezze d’onda di migliaia di anni.

La pressione demografica ovviamente è un driver fondamentale. Se a inizio secolo 2 miliardi di abitanti condividevano con noi le risorse naturali, entro il 2050 potranno essere 9 miliardi. Una data vale come spartiacque, e segna in qualche modo l’analogo del “picco petrolifero” tradotto nel linguaggio alimentarista: il 1986, data della fine della messa a riposo dei campi di cereali degli USA, in ragione di una domanda globale sempre più forte. Fino a quell’epoca, gli stock di cereali potevano essere utilizzati per calmierare i prezzi in caso di shock dal lato della domanda, cattivi raccolti, calamità. Se fino al 2001 comunque gli aumenti della capacità produttiva su scala globale hanno consentito di mantenere gli stock di cereali sui 107 giorni di scorta, dal 2002 al 2011 vi è stato un rapido deterioramento arrivando a soli 74 giorni (vedi grafico sotto). E si badi bene: non ci sono più campi messi a riposo da poter riattivare (siamo all’apice della capacità produttiva) e le ultime stagioni produttive non lasciano presagire niente di buono.

World Grain Stocks as Days of Consumption, 1960-2011

Come insegna il picco dei prezzi dei cereali del 2007-2008, in tali situazioni accade che i paesi tradizionalmente esportatori di cereali preferiscano smettere di esportarli per mantenere bassi i prezzi in casa propria (lo hanno fatto Argentina e Russia). Ma per quei paesi non autosufficienti da un punto di vista alimentare, e che hanno popolazioni sulla soglia di povertà, un aumento anche piccolo dei prezzi alimentari può significare carestia, fame, morte. Se nel mondo occidentale solo il 10% del reddito va al consumo di cibo, nei paesi in via di sviluppo si arriva tranquillamente al 50% 70% del reddito disponibile. Se dobbiamo rassegnarci a prezzi alimentari costantemente più alti, in ragione di una maggiore domanda globale e ad una produzione a rischio (non ultimo, per il global warming), è presto detto chi ne farà le spese. L’epoca della sicurezza alimentare -intesa come food security- è finita.

Corsa ai cereali

L’aumento della domanda dei cereali su scala globale, è una causa fondamentale della forte ascesa dei prezzi dei cereali e quindi del cibo (i cereali servono come input mangimistico per tutta la filiera alimentare). Nel 2007-2008, come segnale solo apparentemente occasionale, l’Indice dei Prezzi Mondiali della FAO è stato del 200% maggiore che nel 2002-2004. Tale aumento dei prezzi va imputato a diversi fattori. Oltre alla già vista crescita demografica, vi è la transizione nutrizionale di intere fasce delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo – India, Cina, Brasile, Africa- a nuovi modelli alimentari improntati ad un maggiore consumo di proteine e grassi animali. Un terzo dei cereali attualmente prodotti va destinato alla produzione di mangimi animali, per sostenere continenti che hanno scoperto la carne e vogliono metterla in tavola tutti i giorni. Nel 2012 il consumo di carne della Cina è stato doppio di quello USA, con 71 milioni di tonnellate contro 35. Su scala globale, la produzione di carne è passata da 50 milioni nel 1950 a 280 milioni nel 2010. Il consumo pro-capite, da 17 a 40 kilogrammi all’anno.

L’ultima causa della corsa dei prezzi dei cereali è costituita dai biofuel: in ragione di incentivi alla produzione di etanolo per automobili, si è arrivati alla competizione food-fuel, che ha causato un aumento dei prezzi. Ma con il pieno del serbatoio di un SUV, 94 litri, si assicurerebbe la quantità di cibo necessario in un anno per una persona. E se a  livello globale i prezzi aumentano, perché un miliardo di persone decide di fare benzina; a farne le spese sono ancora una volta i più deprivati, che vedono aumentare i prezzi del pane. Se la denutrizione ed il numero totale di persone denutrite era arrivato ad un minimo di 792 milioni nel 1997, tale numero ha cominciato drammaticamente a crescere di nuovo e oggi sono oltre 1 miliardo. I bambini sono i primi a farne le spese: il 48% dei nuovi nati in India è fortemente denutrito e accumula ritardi fisici e mentali.

Un Piano B

Da qui la necessità di un piano B. Il "Business as Usual" non può funzionare e non possiamo permettercelo. Oltre al picco dei prezzi alimentari (vero e proprio “picco alimentare”, simile al picco petrolifero- ed inteso come punto di massimo sfruttamento della risorsa cibo, che non potrà che decrescere da qui in poi) vi sono altri segnali di crisi. Il “picco dell’acqua” – metà della popolazione mondiale vive in paesi che hanno esaurito le riserve idriche per aumentare la produzione agricola. Si è passati da 100 milioni di ettari irrigati  a 300 milioni attuali (partendo dal 1950). Le acque dolci di falda, sono esaurite. In Cina, India e SA si produce cibo esaurendo le riserve di acqua. Presto si arriverà ad abbandonare l’irrigazione per continuare a bere. Con una diminuzione ulteriore del cibo disponibile.

Vi è poi il picco di resa agricola. Se con la Rivoluzione Verde, a partire dai primi decenni del ventesimo secolo e in particolare dagli anni ’60 si è incrementata la produzione di cereali grazie alle rese aumentate da fertilizzanti ed input di sintesi, oggi non è più così. Da almeno 10 anni si è arrivati ad un flesso. Il punto massimo di sfruttamento del suolo insomma.  Lo strato fertile del sulo, i 15 centimetri di humus, è ormai dilavato in molte aree mondiali. E non potremo aumentare le produzioni secondo le aspettative di crescita continua degli ultimi decenni. Dal punti di vista delle risorse ittiche, poi, si è pure arrivati ad un “picco”. Le riserve ittiche oceaniche sono sull’orlo del collasso, dopo decenni di sovra-sfruttamento. Ma gli stock ittici oceanici non si riproducono in tempi brevi, ed una volta arrivati al limite, potrebbe essere troppo tardi.

Oltre il limite?

Quel che viene messo in luce dalla presenza congiunta di questa serie di “picchi” (demografico, alimentare, delle rese agricole, dello sfruttamento della pesca, del petrolio) è che non hanno un andamento lineare. Sull’andamento lineare si fondano le nostre aspettative, il nostro modo di pensare quotidiano, di leggere i problemi, di pensare infine alla loro risoluzione. La linearità ha a che fare con la gradualità, con i cambiamenti lenti, gestiti, attesi, e possibilmente consensuali. Quindi, con la normale gestione anche politica. Ma potrebbe non bastare. I cambiamenti possono essere esponenziali.

Un esempio chiaro a Lester Brown vede il seguente indovinello posto da un amico all’altro: se le ninfee presenti in questo stagno raddoppiano ogni giorno, nel periodo di un mese quando si passa dalla metà alla totale copertura della superficie dello stagno? La risposta è: il 29° giorno. La velocità di accelerazione di certi fenomeni può essere repentina, e quando ci si comincia ad accorgere che le cose stanno cambiando, potrebbe essere già troppo tardi.

Land grabbing, food wars e rivolte.

Se il cibo manca, le guerre ritornano. La conflittualità crescente per l’accesso al cibo sembra dovuta a fenomeni tanto politicamente gestiti dai governi, come l’accaparramento delle terre- o land grabbing- da parte dei paesi non autosufficienti alimentarmente, quali Cina, Corea del Sud, l’Arabia Saudita, l’India-; quanto a vere e proprie rivolte spontanee da parte dei cittadini e della società civile, come nel caso della “Primavera Araba”. I paesi “saccheggiati” sono ancora una volta quelli africani per lo più. E per commodity agricole di base, diverse da quelle “cacciate” in spirito neo-coloniale negli ultimi 150 anni, come frutta tropicale, caffè, tè,  zucchero, gomma. Si ritorna invece a coltivare per la prima volta grano, mais, soia. La Banca Mondiale in un’analisi del 2011 mostra come 56 milioni di ettari, una superficie che supera quella destinata dagli USA al mais e grano- siano interessati al land grabbing. L’espropriazione delle popolazioni locali del diritto al cibo. Anticamera della carestia. E delle food wars, come già Tim Lang da almeno dieci anni sostiene.

Land Grabbing nel mondo, i paesi colpitiLarge-scale Land Acquisition Area by Target Region, October 2008 – August 2009

 

 

Una speranza?

Come afferma Nassim Nicolas Taleb nel suo testo di prossima uscita, “l’Antifragile”, il limite dei sistemi complessi attuali (economici, sociali, agricoli e alimentari si può aggiungere) è la non-linearità- sono sistemi difficili da interpretare. Forse, come sostengono alcuni, potrebbe essere tardi. Forse No. Certo alcune grandi civiltà del passato, come Sumeri e Maya, sono scomparse per la mancanza di un “piano B”: i primi per una eccessiva salinizzazione del suolo, i secondi per l’erosione del suolo. E’ sempre accaduto, si direbbe, è quasi la norma che una civiltà scompaia per problemi agricoli. La speranza è data da alcuni aspetti. Intanto in USA si consuma meno carne, negli ultimi anni. Nella stessa Cina e India, vi sono pratiche produttive- nell’allevamento bovino ed in pescicoltura- sostenibili, a basso impatto, e che utilizzano la capacità innata degli organismi di sfruttare come nutrimento scorie e residui (in India, si è avuto il più grande progresso nella produzione del latte cominciando a usare scarti delle pannocchie). La stabilizzazione demografica rappresenta l’altra grande promessa. Mano a mano che si aumenta il livello di reddito, i nuclei familiari diminuiscono, dopo una fase di esplosione demografica. Già la Cina vede progressivamente stabilizzare la sua popolazione. Altri paesi dovranno farlo, garantendo educazione e servizi sanitari per tutti.  La riforma del sistema fiscale sembra infine necessaria: tassare di più i combustibili fossili includendo i costi indiretti (come il potere di riscaldamento globale) e ridurre invece le tasse sul reddito (che incoraggia educazione, investimenti crescita sostenibile). Nello stesso tempo, abolire i sussidi per i biofuel.

Un’altra opzione è di passare a colture agricole meno impattanti e con minore bisogno di input agronomici, a partire dalla stessa acqua. Ridurre i consumi di proteine e grassi animali. Dare un prezzo maggiore all’acqua, che sebbene sia un “bene scarso”, è pagata e valorizzata ancora troppo poco rispetto al reale valore anche biologico. Ma bisogna fare alla svelta. “ Il successo dipende dall’agire ad una velocità di tipo militare”. Come fecero gli USA nel 1942, dopo l’attacco giapponese al porto di Pearl Harbour. Quando Roosevelt inaugurò la conversione dall’industria automobilistica a quella delle armi, in 2 soli anni smettendo di produrre auto si arrivò alla soglia desiderata di armi, e si vinse la guerra.

Forse il paragone lascia perplessi, ma effettivamente siamo già dentro ad una guerra, che ha i suoi vincitori ed i suoi vinti. Purtroppo, come spesso accade nelle guerre, i vinti muoiono, o risultano menomati, o soffrono.

Infine: “Tutti noi abbiamo a cuore il futuro della nostra civiltà. Molti di noi hanno dei bambini, altri dei nipoti.  Sappiamo cosa dobbiamo fare, e spetta a te e a me fare in modo che si realizzi. Salvare la civiltà, non è uno sport che prevede spettatori.”