Più di 25.000 persone nella sola Europa muoiono ogni anno per infezioni causate dalla resistenza agli antibiotici. Tale fenomeno è dovuto ad un uso che dagli anni ’40 del secolo scorso in poi è stato sempre più frequente, allargando il proprio ambito di applicazione dall’uomo, fino agli animali (come ad esempio, la possibilità di ottenere prima la crescita degli animali d’allevamento). Dal 2006 è vietato in Europa l’uso degli antibiotici somministrati come promotori della crescita. Si era infatti notato come gli antibiotici favorissero un aumento trofico dei capi allevati. Se quindi la parta europea sta limitando il problema, altre parti del mondo non hanno gli stessi standard di sicurezza produttiva del Vecchio Continente. E la diffusione di batteri resistenti non conosce barriere politiche. In particolare, alcuni paesi in "transizione nutrizionale", con diete che stanno cominciando ad avere fame di proteine animali, stanno abusando di antibiotici: sia per favorire l’allevamento intensivo (più capi per metro quadro), sia per la promozione della crescita. La Cina purtroppo sembra essere un paese particolarmente colpito da queste dinamiche

Un tema …all’ordine del giorno
Un tema che se certo non è nuovo, neppure può definirsi superato: i più comuni antibiotici- quelli cosiddetti di primo impiego- sono infatti sempre più a rischio, in ragione della proliferazione di ceppi resistenti, selezionati da un uso eccessivo degli stessi nel corso degli ultimi anni. Costituendo ciò una minaccia di salute pubblica, in quanto calano le cartucce disponibili per la lotta contro batteri patogeni più diffusi.
E sei i costi di ricerca e sviluppo di nuovi antibiotici sono elevati, a fronte di un ritorno economico più basso rispetto ad altri farmaci, a perderci sono i cittadini: gli stessi che magari si vedono prescritto un antibiotico in caso di una febbre di origine virale, anche leggera, o che spesso lo considerano una panacea anche per mali che non hanno nulla a che fare con infezioni batteriche. I batteri resistenti così involontariamente selezionati infatti si diffondono ovunque, non conoscono barriere e rappresentano una minaccia anche per chi antibiotici non ne ha mai usati, e inevitabilmente, per le generazioni future.
EFSA ha diffuso oggi un comunicato, in cui richiama il proprio ruolo- insieme a quello di altre agenzie come la European Center for Disease Control (ECDC) e la European Medicine Agency (EMA) – nel lottare contro la resistenza batterica. Ma tale lotta deve vedere impegnati tutti, senza preclusioni. La capacità di preservare infatti il potenziale di contrasto alle infezioni in carico ad un singolo antibiotico, dipende da un buon uso che collettivamente viene fatto dello stesso. La regola di base è che maggiore è l’uso di un antibiotico maggiore la selezione non intenzionale di batteri resistenti (su larghi numeri, una frazione della popolazione batterica è casualmente in possesso di geni che conferiscono resistenza).
Come si sviluppa la resistenza batterica?
Un batterio può sviluppare resistenza ad antibiotici in due modi: o tramite una mutazione genetica del Dna (resistenza cromosomica) o come più frequentemente accade, attraverso l’acquisizione di elementi genetici mobili da un altro batterio che è già diventato resistente (trasferimento genetico orizzontale).
La questione è complicata dalla capacità di un gene della resistenza di conferire resistenza ad altri antibiotici che appartengono alla stessa classe (resistenza incrociata o cross resistance).
Un altro fenomeno è la co-resistenza, per la quale differenti geni di antibiotico resistenza conferiscono resistenza a diversi antibiotici e possono essere trasferiti simultaneamente ad altri batteri tramite trasferimento genetico orizzontale.
Quali le regole di base per evitare di sviluppare “suQuali le regole d base per evitare di sviluppare super-bugs”, o super batteri?
1. Non auto-prescriversi antibiotici in assenza del medico. Gli antibiotici non sono farmaci da banco, sebbene negli ultimi 15-20 anni si abbia avuto l’impressione che così fosse. Vanno assunti solo dopo una adeguata prescrizione medica che includa posologia e tempi di somministrazione.
2. In caso di somministrazione da parte del medico, considerare se effettivamente ci sono i presupposti. Molte volte al posto della visita medica, viene effettuata una diagnosi telefonica, senza capire i reali sintomi e quadro clinico del paziente. Il medico stesso negli anni scorsi è stato incentivato a prescrivere antibiotici, dimostrando così al paziente di avere a cuore la sua situazione e garantendo in qualche modo una “efficacia” del trattamento e attenzione al paziente.
3. Non avere fretta di un recupero troppo veloce o “forzoso” dalla influenza. Spesso vale la semplificazione “antibiotico = andare a lavorare con la febbre”. Tale semplificazione in realtà non tiene conto che gli antibiotici deprimono di massima il sistema immunitario, esponendoci ad altre infezioni. Non vi sono scorciatoie o sostituti per il recupero della condizione fisica insomma
4. Non interrompere precocemente la cura, una volta che si sia cominciata l’assunzione di antibiotici. Accade infatti frequentemente che il paziente, una volta vista migliorare la propria condizione fisica, sia tentato dall’abbandonare preventivamente il ciclo di cura con antibiotici. Ma così facendo, si finisce per selezionare un numero maggiore di batteri resistenti, che sarà poi difficile combattere successivamente (in caso di nuove infezioni) in quanto già hanno imparato a “riconoscere” l’antibiotico usato.
5. Usare antibiotici specifici in caso di quadri clinici specifici. Il ricorso ad antibiotici generici in casi particolari infatti non solo non ne garantisce l’efficacia, ma contribuisce ad eroderne ulteriormente il potenziale di lotta alle infezioni. Di conseguenza, un antibiotico a largo spettro non potrà mai essere la alternativa adeguata rispetto a diagnosi più specifiche e complete.
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