BIOTECNOLOGIE E OGM: PER UNA RIFLESSIONE ETICA
L’utilizzazione delle biotecnologie in campo agro-alimentare rappresenta una rivoluzione così rilevante da poter essere paragonata all’invenzione del fuoco alle origini dell’umanità, alla scoperta dell’energia elettrica in epoca moderna o dell’energia atomica in età contemporanea; come tale, essa porta con sé una grande quantità di questioni etiche sulle quali tutti, credenti o non credenti, siamo chiamati ad interrogarci. E’ in gioco infatti il futuro stesso della comunità umana e del suo habitat.

1. Si devono evitare, in questo campo, due opposte posizioni, egualmente inaccettabili: l’oscurantismo e il determinismo. Né l’uno né l’altro sarebbero giustificabili: il primo, perché bloccherebbe il giusto avanzamento della ricerca scientifica e del progresso tecnologico, e ciò non sarebbe né opportuno né vantaggioso per il camino dell’umanità e il suo futuro; il secondo, perché implicherebbe – di fatto - che quanto è tecnicamente possibile sia per ciò stesso sempre e in ogni caso umanamente valido ed eticamente legittimo; non è così! L’atteggiamento da ricercare, almeno dal punto di vista del cattolico, è quello di una razionalità illuminata e di un saggio realismo, non pregiudiziale o aprioristico, ma consapevole e responsabile dei rischi.

2. Ed ecco allora la seconda precisazione: è necessario muovere dal principio di una precisa distinzione tra l'indagine scientifica e la sua applicazione:

  • L'indagine scientifica è fondamentale, a condizione che si attui con mezzi leciti e sia indirizzata a fini umanistici, e sia quindi a servizio della vita e di una sua migliore qualità, e mai contro.
  • L’applicazione dei risultati esige invece di essere sottoposta al vaglio critico delle scienze dello spirito, dalla filosofia della scienza all' etica e al diritto e alla stessa politica, evitando ogni forma di fondamentalismo scientifico che obbedisca a criteri di solo profitto, e prescinda quindi dal primato della persona, dal rispetto dell'ambiente e dall’attuazione di una effettiva democrazia economica
  • .
    E' sulle applicazioni che si gioca la questione decisiva. Non è corretto, sotto il profilo etico, passare direttamente dalle scoperte scientifiche alle loro applicazioni immediate, senza un' accertata verifica delle implicazioni che esse possono avere e senza regole precise che ne garantiscano un uso corretto. Le applicazioni devono sempre essere sottoposte al criterio più alto del bene comune, e non derivare da ragioni legate unicamente ad interessi economici, a gruppi di potere o a ragioni di mercato.
    3. Il mio intervento si limita dunque al discorso delle applicazioni, senza mettere in discussione il valore della ricerca scientifica quando sia fatta alle dovute condizioni. Inoltre – ed è la terza precisazione - non rientra nelle finalità di questo intervento affrontare tutta la complessa questione delle biotecnologie, ma solo e unicamente il discorso delle agrobiotecnologie avanzate, lasciando da parte gli ambiti più propriamente umani, biomedici e farmaceutici, non perché non siano importanti, ma perché rientrano in una diversa sfera di considerazioni che non è possibile verificare in questa sede. Il campo delle applicazioni biomediche e farmaceutiche è infatti circoscritto alla cura di determinate situazioni di malattia e può avere riscontri molto positivi; il discorso delle agrobiotecnologie innovative è invece indirizzato, di fatto, ad intervenire sull’ordine della natura, modificandola, e a cambiare in radice il modo di produrre gli alimenti e la relazione tra le specie. Non si devono confondere i due ambiti né dal punto di vista dell’area di intervento né dal punto di vista degli effetti previsti o prevedibili.
    Circoscritta entro questi confini, la domanda di fondo da cui muove la mia riflessione è la seguente: che cosa dire delle applicazioni agrobiotecnologiche avanzate sotto il profilo etico? Gli OGM sono accettabili? Quali interrogativi pongono? Quali gli eventuali vantaggi e/o i costi di un loro eventuale utilizzo sempre più esteso?
    Nessuno di noi, al momento, è in grado di dare delle risposte assolutamente certe. I dubbi etici sembrano tuttavia maggiori rispetto alle certezze e si tratta di dubbi gravi, tanto da far avvertire come inderogabile l’esigenza di una carta etica che fornisca norme puntuali e vincolanti per tutti, se non si vuole che l’uso delle nuove tecniche non si trasformi in scelte pericolose per l’oggi della terra e le generazioni che verranno dopo di noi.
    E’ in questa direzione che si orienta il mio intervento, utilizzando il genere letterario stesso dei dieci comandamenti, con l’intento di enumerare una sorta di decalogo etico su quelli che potrebbero essere i rischi più rilevanti da cui è indispensabile guardarsi.

    1. Il rischio morale.

    "Io sono il Signore Dio tuo: non introdurrai nella natura situazioni di morte, tanto più se esse possono diventare irreversibili, permanenti e incontrollabili."

    Eticamente quanto più una determinata azione può avere effetti gravi, estesi e devastanti tanto più esige di essere attentamente vagliata e sottoposta al criterio della massima precauzione. Sull’uso degli OGM in campo agro-alimentare la comunità scientifica è oggi divisa: almeno un 50/100 parla di pericoli per la salute, per la salubrità dei cibi e la tutela della natura, fino a paventare una possibile serie di effetti a catena che metterebbero in crisi il rapporto uomo-natura e il sistema-vita sul pianeta, come una "bomba biologica" altrettanto grave, se non più, di quella nucleare. Se fossero reali questi pericoli, ci troveremmo di fronte a conseguenze devastanti e probabilmente non più sanabili all’intero dell’ecosistema. Data questa incertezza e finché perdura, non è moralmente accettabile sottoporre l'umanità ad un esperimento di carattere planetario

    L’industria mondiale degli OGM si difende affermando che nessun progresso è privo di rischi: le automobili, i treni, gli aerei, hanno i loro costi in vite umane; eppure nessuno sarebbe disposto a rinunciare ad essi. Ma siamo sicuri che sia esattamente la stessa cosa? Automobili, treni, aerei dipendono in gran parte dall’uso improprio che se ne fa, e se possono comportare degli effetti negativi ciò riguarda generalmente ambiti circoscritti o singoli fruitori. Gli interventi di ingegneria genetica concernono invece modificazioni irreversibili, permanenti e, a lungo andare, imprevedibili; modificazioniimpresse nel quadro della struttura biologica stessa egli esseri viventi, e riguardano l'universalità del pianeta e del suo futuro. Non è etico attuare una sperimentazione, di portata mondiale, quando non si è moralmente certi degli effetti che si possono generare, non solo nell’immediato, ma specialmente a medio e a lungo termine. Il senso della responsabilità deve prevalere sulla logica del solo rischio o, come si usa dire oggi, del "danno calcolato".

    Giovanni Paolo II sta ripetendo, in modo instancabile, che non si può fare della vita umana un oggetto di sperimentazioni, tanto più pericolose in quanto minacciano il valore stesso della vita e la sopravvivenza dell’umanità. La vita non è un oggetto in nostro possesso, e ogni applicazione delle tecniche agrobiotecnologiche non è mai una questione unicamente scientifica; è sempre una questione etica. Perfino negli USA ci si sta interrogando in maniera sempre più critica. Mi limito a citare quanto la senatrice californiana Barbara Boxer ha dichiarato di recente al Congresso degli Stati Uniti: "Non sappiamo se gli alimenti a base di OGM sono pericolosi o sicuri. Tuttavia, un numero sufficiente di scienziati ha sollevato dubbi, quali il rischio di allergie, il calo dei valori nutritivi, l’aumento della tossicità e della resistenza agli antibiotici. Inoltre, alcuni dei potenziali rischi ambientali includono la distruzione delle specie, l’impollinazione incrociata ed un aumento nell’uso dei pesticidi".

    2. Il rispetto della natura

    "Non farai violenza alla natura e alla sua integrità; al contrario, la proteggerai e la custodirai come guida saggia e buon giardiniere, per il bene dell’umanità e di tutti gli esseri viventi".

    Ed ecco allora il secondo dubbio etico: le nuove tecniche di manipolazione genetica applicate all’area agroalimentare, i prodotti transgenici, tutelano la persona e la sua salute o creano invece situazioni negative o comunque a rischio? La domanda implica una seconda questione, ancora più profonda: fino a che punto è lecito intervenire nel quadro della natura? Qual è il ruolo dell’uomo nel creato: quello di un padrone assoluto o di un servitore-amministratore? Il problema è di aver chiaro il senso del compito affidato da Dio all’uomo, anche perché non mancano storici e ambientalisti che hanno ritenuto o ritengono la tradizione giudaico-cristiana responsabile del degrado ambientale, facendo risalire l'origine di questa responsabilità al comando biblico di Gen 1,28: "Siate fecondi e dominate la terra, soggiogatela e dominatela". Una corretta esegesi dei testi biblici va però in tutt’altra direzione. Due quadri di riferimento devono tenuti presenti: quello del primo racconto (racconto sacerdotale) e quello del secondo (racconto jahwista).

    Gen 1,26.28. I due verbi aramaici corrispondenti a "soggiogare" e "dominare", contrariamente al significato immediato che possono evocare, contengono, nel linguaggio biblico, due immagini estremamente ricche di contenuto. Il primo serve a descrive il dominio di un re saggio che si prende cura dei suoi sudditi e fa di tutto perché non manchi loro niente; come tale non indica affatto un potere dispotico o sfrenato che fa scempio della terra e dei suoi frutti. Non saremmo più di fronte ad un re saggio, ma ad un tiranno. Il secondo verbo (radah) rimanda ad un compito di guida, come un pastore che conduce il gregge all'ovile, evitando in ogni modo che vada incontro alla morte o alla perdita di sé, e descrive l’uomo come responsabile dell’essere. In entrambi le formulazioni, il potere dato da Dio alle sue creature non rappresenta mai un potere assoluto, ma relativo: è una potestà ricevuta da Dio, attenta a proteggere quanto gli è stato affidato.

    Gen 2,15. Il testo del secondo racconto è più facile da comprendere; e implica un’ulteriore immagine di notevole significato: quella del giardiniere.:"Il Signore prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse". I due verbi ("coltivare" e "custodire") esprimono il compito specifico di un custode che si prende cura del giardino che gli è affidato, coltivandolo e custodendolo appunto. "Coltivare" si oppone ad abbandonare; "custodire" a "distruggere", inquinare o devastare. L'uomo è quindi considerato come giardiniere di Dio e fruitore del bene-terra, non sua despota. E’ quanto viene richiamato, indirettamente, dalla stessa immagine dell’albero del bene e del male, come spiegaGiovanni Paolo II, nell'enciclica "Sollicitudo rei socialis": "Il dominio accordato dal Creatore all'uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di ‘usare e abusare’, o di disporre delle cose come meglio aggrada. La limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio, ed espressa simbolicamente con la proibizione di "mangiare il frutto dell'albero" (Gn 2,16s), mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire" (SRS 34). Si pone in questo ambito un duplice attualissimo problema: il problema di un’etica ecologica e quello di uno sviluppo sociale e di un’economia che rispettino il creato, e non lo usino solo per fini utilitaristici o di profitto come avviene nell’attuale modello consumistico di società. "Ancora una volta – sottolinea Giovanni Paolo II nell’enciclica appena citata - risulta evidente che lo sviluppo, la volontà di pianificazione che lo governa, l'uso delle risorse e la maniera di utilizzarle non possono essere distaccati dal rispetto delle esigenze morali. Una di queste impone senza dubbio limiti all'uso della natura visibile" (SRS 34).

    . Dunque è lecito intervenire nel mondo della natura, ma entro certi limiti, non spadroneggiandola a proprio piacimento o creando condizioni di invivibilità. La natura è un dono da rispettare e migliorare, non da violentare o utilizzare senza rispetto per la sua struttura. "Dio perdona, la natura non perdona", afferma un antico detto. E’ sempre pericoloso far violenza alla natura; essa conserva la memoria di quanto subisce e prima o poi si ribella. Oggi questo pericolo non riguarda più solo questo o quel caso particolare, ma il "villaggio globale", la globalità del cosmo.Siamo sicuri, ad esempio, che il mancato rispetto delle diverse specie, l’incrocio fra geni di piante, di animali e geni umani (= prodotti transgenici) non finisca per sconvolgere l’ordine naturale delle cose e non introduca situazioni di squilibrio nella realtà più profonda del creato? Altro è l’intervento per migliorare la natura e renderla capace di difendersi da parassiti mortali, altro è la violazione sistematica delle leggi naturali e l’immissione di situazioni biologiche negative che possono generale effetti non più controllabili. Finché l’applicazione delle biotecnologie in campo agro-alimentare non avrà sciolto ogni dubbio o riserva sarà un preciso dovere etico chiedere una moratoria. L’uomo deve guardarsi dal rischio di ridurre il mondo ad una preda da conquistare o ad una casa da saccheggiare. In un discorso del 24.3.97, Giovanni Paolo II ha denunciato questo pericolo: "L’ambiente è diventato spesso una preda a vantaggio di alcuni forti gruppi industriali e a scapito dell’umanità nel suo insieme, con un conseguente danno per gli equilibri dell’ ecosistema, della salute degli abitanti e delle generazioni future".

    3. L’ecosistema.
    "Ricordati di rispettare, e non alterare, l’unita organica del sistema-vita e l’interdipendenza vitale che sussiste tra gli esseri".
    L' ecosistema rappresenta un’unità interattiva, dove ogni essere è in relazione dinamica con l’altro da sé e ogni modificazione che vi viene introdotta agisce in modo diacronico e sincronico sul circuito vitale di tutti gli altri esseri. Una tale unità interattiva può essere distrutta in due modi :
  • dall’esterno, con la creazione di condizioni (inquinamento dell’aria, dell’acqua e della terra, nube di ozono e così via) che compromettono la possibilità stessa della vita dell’uomo sulla terra;
  • dall’interno, con l’introduzione di squilibri biologici e/o alimentari che deteriorano o addirittura immettono virus mortali nel patrimonio genetico degli esseri e nelle relazioni esistenti fra loro, eliminando le diverse forme di vita e le loro stesse fonti.
  • In entrambi le situazioni è sbagliato applicare alle scienze biologiche i principi delle scienze fisiche: le scienze fisiche sono per loro natura rigide e sempre eguali (posta una causa si dà un effetto), le scienze biologiche concernono al contrario le relazioni interdipendenti che sussistono fra gli esseri, e i loro effetti sono spesso imprevedibili (non sempre ciò che consegue ad un determinato intervento è ciò che era previsto). E’ pericoloso trasportare la logica deterministica della fisica all’interno delle applicazioni agrobiotecnologiche.

    Le biotecnologice dovrebbero salvaguardare e promuovere l’unità relazionale esistente tra gli esseri, non minarla o determinare situazioni moltiplicative devastanti. Il caso del virus della mucca pazza o lo stesso diffondersi mondiale dell’AIDS dovrebbe renderci consapevoli del pericolo gravissimo che potremmo correre qualora, nella struttura naturale degli esseri e nelle loro relazioni, si verificassero effetti di contaminazione a catena. L’unità dell’ ecosistema è un bene da difendere, non un oggetto da mercanteggiare al migliore offerente o da lasciare in balia del business economico. E’ in gioco la sopravvivenza stessa delle future generazioni. Non possiamo disattendere questa responsabilità, agendo senza coscienza. Giovanni Paolo II ha messo ripetutamente in guardia da una simile tentazione e ha parlato di mercanti che "fanno del mercato la loro ‘religione’, fino a calpestare, in nome di dio-potere, di dio-denaro, la dignità della persona umana e della sua vita". E‘ da questa nuova religione del profitto a tutti i costi che occorre guardarsi, ritrovando un’autentica spiritualità del creato, comprensiva di un atteggiamento estetico e etico verso la natura, in grado di rimandare al Creatore di tutte le cose, con meraviglia e gratitudine e che ci orienti verso una dimensione contemplativa, e non distruttiva, del creato.

    4. La biodiversità.
    "Onora la varietà della flora e della fauna; è un dono e una ricchezza fondamentale per tutti; non impoverirla o distruggerla".

    La biodiversità è un valore da difendere e apprezzare, una ricchezza per tutta l’umanità. Pare invece che l’utilizzazione delle colture transgeniche non salvaguardi questo valore, tendendo a ridurre o comunque ad indebolire la biodiversità. La questione non è soltanto ambientale; è etica: non è moralmente lecito impoverire la varietà e la differenza della flora e della fauna, smarrendo le molteplici specie di piante e di animali che la natura ha prodotto in migliaia e migliaia di anni di processo evolutivo e il Creatore ci ha donato, lasciando alle generazioni future una natura ridotta o omologata a pochissime specie. Le applicazioni biotecnologiche, se vogliono essere utilizzate in senso umanistico, devono promuovere la biodiversità, non accellerarne la diminuzione o addirittura la scomparsa.

    La domanda che si impone, ingenua quanto si vuole ma ineluttabile, è la seguente: perché gli enormi investimenti economici utilizzati per la ricerca di semi transgenici non sono impiegati in chiave positiva per la conservazione e il miglioramento delle diverse specie esistenti? Perché investire miliardi e miliardi per inserire i geni fosforescenti delle lucciole nelle bibite o nella pianta dell'abete? Non sarebbe più etico investire:

  • per il rafforzamento della variabilità genetica naturale e il suo miglioramento?
  • per la ricerca di antiparassiti naturali e il controllo delle erbe infestanti?
  • per la gestione ecologica dei rifiuti e l’incremento delle tecniche agronomiche di fertilizzazione?
  • per metodi ecologici di produzione e di conservazione degli alimenti?
  • per sostenere l'agricoltura biologica ed ecocompatibile, invece che sottoporla al pericolo di contagio derivante dalle colture transgeniche?
  • per il miglioramento della qualità e della tipicità dei nostri prodotti e per un miglior equilibrio dell'ambiente e del sistema-vita sulla terra?
  • Ancora una volta è il bene-esse della persona umana e del suo habitat vitale che deve avere il primato, non scelte solo economiche. È il bene-esse dell’agricoltura, della qualità e dei prodotti tipici della terra che va privilegiato, non fini meramente materiali. Intervenire sulla natura è legittimo, come si è detto, ma ciò deve sempre avvenire entro precisi limiti e nel rispetto della sua struttura e delle configurazione delle singole specie, non opporvisi; deve orientarsi a difendere la biodiversità, non ad annientarla.

    5. La democrazia economica.
    "Non uccidere il diritto all’impresa, in nome di potentati economici e finanziari in grado di dominare il mondo; non mancare alla giustizia sociale e alla solidarietà".

    Il pericolo di una sempre maggiore concentrazione del "sapere/potere" biotecnologico nelle mani di pochi grandi gruppi, in grado di limitare pesantemente l’autonomia degli agricoltori e di ridurre la loro capacità di scelte e di potere contrattuale, è un pericolo reale. Questo pericolo è già visibile nelle clausole dei contratti imposti agli agricoltori nei Paesi del terzo mondo dove si stanno diffondendo le coltivazioni transgeniche, con i vincoli loro imposti.

    Le applicazioni abrobiotecnologiche devono contribuire allo sviluppo di una reale democrazia economica nel mondo, e in particolare nel settore agro-alimentare, e non creare nuove oligarchie tecnocratiche, con nuovi latifondismi e nuove mezzadrie. Anche in questo caso non si tratta di una questione solo sociale, ma etica, nella misura stessa in cui mette in gioco la possibilità di un'economia basata sul principio di un’effettiva giustizia sociale e pari opportunitò. E' la scelta

  • tra un modello neoliberista selvaggio e senza regole, che finisce per essere liberticida,
  • o un modello di capitalismo equilibrato e di una cultura d’impresa che sappia coniugarsi con una autentica solidarietà mondiale, dove non prevalga l’ipercompetizione conflittuale, ma il rispetto di tutti e di ciascuno, del grande e del piccolo, con regole valide per tutti e per ciascuno.
  • E’ necessario, a questo livello, un nuovo contratto mondiale; altrimenti prevarrà la legge della foresta, con un progressivo processo di cannibalizzazione del grande nei confronti del piccolo. Segnali preoccupanti di un simile trend sono già visibili a livello mondiale. L’interrogativo etico che si impone è allora chiaro: saprà il terzo millennio coniugare l’avanzamento tecnologico e capitalistico con la possibilità di uno sviluppo economico-sociale offerto a tutti e con la creazione di una economia il più possibile equa e solidale? Saprà far "quadrare questo cerchio"? L’interrogativo è semplice, ma decisivo.

    6. Brevettazione.

    "Non utilizzare il patrimonio genetico per scopi di guadagno; esso è patrimonio di tutti e di ciascuno e deve servire al bene di tutta l’umanità. La terra è mia, e voi siete ospiti e pellegrini, non padroni".

    Il 12 maggio ‘98 il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’ UE hanno approvato la "direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche"; una direttiva su cui non c’è stato alcun dibattito, ad eccezione di qualche posizione isolata. Una tale approvazione non è priva di interrogativi etici per le molteplici implicazioni che può avere in campo sia biozoologico che bioagroalimentare, oltre che umano (si pensi al discorso del genoma). Si sono prese decisioni - e altre ne seguiranno - che avranno effetti di portata mondiale, per il controllo dei brevetti biotecnologici e, di riflesso, per il futuro dell’agricoltura, dell’alimentazione e per la salute di miliardi di individui, senza che nessuno di noi sia stato interpellato o vi stata possibile alcuna verifica di base.

    Il problema etico di fondo è chiaro: brevettare le sequenze geniche significa brevettare organismi viventi, e brevettare organismi viventi è brevettare la vita, col il rischio di ridurla alla fine ad un manufatto, ad un qualcosa che è prodotto dall'uomo, e perciò commerciabile come ogni altro un oggetto di consumo. E' legittimo tutto questo? A che cosa condurrà? Non si nasconde dietro questa scelta, oltre che una questione di soldi (le famose royalties), una sorta di "delirio di onnipotenza"?

     Il patrimonio genico appartiene a Dio e quindi a tutta l’umanità; e come tale deve essere considerato e valutato. Su questo punto, si è pronunciata la stessa Unesco, affermando che "il materiale genetico è patrimonio comune dell’umanità" e "non deve produrre alcun guadagno economico". Purtroppo questa regola non è affatto rispettata dalla direttiva europea. La stessa distinzione che essa elabora tra "scoprire" e "inventare" non è per niente convincente. Anche in questo caso siamo di fronte ad un problema etico di rilevanza mondiale. Le applicazioni biotecnologiche devono salvaguardare il principio che il patrimonio genico (da qualunque essere provenga, umano, animale o vegetale) è di tutta l’umanità e deve servire al bene di tutti e di ciascuno, senza diventare dominio esclusivo di qualche potentato economico e dell’arbitrio di interessi di parte, oppure utilizzato per scopi materiale di interesse economico o di guadagno.

    7. Nuove dipendenze economiche

    "Non rubare, creando nuove povertà e forme di sfruttamento verso i Paesi più poveri. Non è accettabile un’economia nella quale i poveri arricchiscono i ricchi e i ricchi diventano sempre più ricchi".

    L’estensione automatica della disciplina brevettuale alla materia vivente può avere effetti gravi specialmente per il terzo mondo, fino a compromettere le legittime aspettative di sviluppo di quei Paesi. Per gli agricoltori del Sud del mondo i costi del deposito di un brevetto saranno proibitivi, e questo comporterà che i grandi leaders del settore aggiungano un ulteriore fattore di sfruttamento alle condizioni già pesanti in cui si dibattono le economie più povere del pianeta. Un gruppo di agricoltori dell’India ha attraversato l’Europa per chiedere all’ UE di opporsi alle sementi transgeniche per la grave minaccia di dipendenza economica a cui esse condurrebbero.L’applicazione delle agrobiotecnologie può diventare una via per creare nuove dipendenze dei Paesi più poveri, arricchendo sempre più i Paesi già ricchi. Il pericolo non è ipotetico; è reale. Al monopolio delle sementi si sta aggiungendo in questi ultimi anni l’estendersi del monopolio delle terre e delle acque. In questo modo, il dominio sarà totale!

    A favore della diffusione dei prodotti transgenici, si porta spesso l’argomento della fame; ma la situazione di fame esistente nel mondo ha pochissimo a che vedere con tecniche agricole di produzione; essa è per lo più legata ad una diseguale distribuzione delle ricchezze del pianeta ed è quindi soprattutto un problema politico., di democrazia economica e di giustizia sociale. Siamo sicuri che l’estensione delle colture transgeniche, invece che risolvere, non aggravi la situazione già precaria dei Paesi del terzo e quarto mondo?

    8. Etichettatura.

    "Non dire il falso ai consumatori, mentendo sui prodotti in vendita, nascondendone l’origine e la filiera e ingannandoli".

    Qualche mese fa a Torino sono stati individuati dieci prodotti transgenici già in commercio, senza che nessuno di noi lo sapesse. In Germania e in Austria, le autorità hanno esplicitamente dichiarato di non poter garantire che il grano, il mais, la soia manipolati geneticamente non siano presenti nel pane e in centinaia di altri prodotti. E’ accettabile eticamente una tale situazione? Non è etico che i consumatori non siano informati con precisione su ciò che acquistano.Senza una descrizione dell'origine completa dei prodotti, nessuno di noi ha la possibilità di scegliere ed eventualmente di difendersi. Da aprile 2000, il recepimento della normativa C.E. 49/2000 obbliga all’indicazione della presenza di OGM in concentrazione superiore o pari all’1%.

    E’ sufficiente tutto questo? Qualcuno ne dubita. Non sarà facile ad ogni modo tenere sotto controllo la situazione. Occorreranno metodi di indagine adeguati e un sistema corrispondente di codificazione di tutto il processo produttivo, se non vogliamo che il gesto quotidiano e rassicurante dell’andare a fare la spesa non si trasformi in un andare alla cieca o nel rischio di un cammino su un campo minato. La libertà è un valore etico sovrano, e nessuno ha il diritto o il potere di metterlo in discussione, tanto più quando un tale diritto riguardi la totalità della popolazione e dell’umanità e implichi i rischi di cui si è parlato in precedenza.

    9. L’agricoltura
    "Non desiderare un’agricoltura senza agricoltori, separata dal territorio, e non più a misura d’uomo".

    L’agricoltura è un settore dal quale trae oggi il suo reddito la metà degli abitanti del pianeta. Il modello americano, pur con qualche ripensamento, ha ormai ridotto il numero degli agricoltori a meno del 2,5% della popolazione attiva. Le nuove tecnologie, unite all’informatica, tendono a far divorziare sempre più l’agricoltura

  • dalla terra,
  • dal clima,
  • dalle stagioni,
  • e ad automatizzare e mondializzare quel modello di agricoltura, fino a far intravedere un futuro senza agricoltori in senso proprio, con le conseguenze facilmente immaginabili per i due miliardi e mezzo di individui che nel mondo vivono del lavoro della terra.
  • E’ questo che si vuole? Anche senza riferirsi al terzo mondo, chi curerà il territorio, le nostre vallate e le colline? L’applicazione delle agrobiotecnologie ammetterà ancora un’agricoltura tradizionale o non condurrà piuttosto a soppiantarla? Il dubbio non è di poco conto, specie se si pensa al ruolo multifunzionale che l’agricoltura sta sempre più assumendo e al valore dell’ azienda-famiglia diretto coltivatrice nel nostro Paese. Non si tratta di avere paura del nuovo, ma di guardare in faccia a che cosa sta dietro a questa smania della multinazionali di imporre il modello americano di agricoltura e alle conseguenze che ne possono derivare per l’economia dei nostri Paesi.

    10. Tipicità e qualità.

    "Non distruggere i prodotti tipici e di qualità, i gusti e i sapori; non contaminare i prodotti sani con colture che potrebbero non esserlo".
    A parte le maldestre imitazioni che già si stanno facendo (si pensi al parmesan), c’è da chiedersi se l’effetto delle colture transgeniche non finirà per farsi sentire sulle stesse produzioni tipiche e di qualità,; Che cosa ne sarà di esse? La definizione di aree territoriali nelle quali sia bandito l’uso di genotipi modificati, non sembra essere sufficiente a garantire la salvaguardia dei prodotti dell'agricoltura biologica e ecocompatibile: i processi di ibridazione e di interazione sono infatti imprevedibili, non soltanto in relazione all’entità degli effetti, ma per l’incidenza spazio-territoriale che possono comportare. Gli effetti, immediati e a lungo termine, connessi all’immissione nell’ambiente di organismi geneticamente modificati è di difficile individuazione, ma non sarà esente da problemi. Se può essere infatti possibile tenere sotto controllo il processo di modificazione nella sua forma immediata e riproducibile, non altrettanto si potrà fare per i processi evolutivi successivi, con il rischio di una trasmissione di caratteri da un organismo manipolato ad uno non-manipolato, sulla base di meccanismi al momento imprevedibili e probabilmente ingovernabili. Ancora una volta è il principio di massima precauzione che deve guidare le scelte, non altre ragioni o interessi. Altro sono le sperimentazioni; altro l’estensione sempre più ampia delle colture transgeniche. Sarà ancora possibile un’agricoltura biologica ed ecocompatibile? L’interrogativo, ancora volta, non è di poco conto: si tratta di sapere se sarà garantita la libertà di scelta e la possibilità di avere, almeno per chi lo vuole, prodotti sicuramente sani e non manipolati.

    Conclusione

    Nei confronti delle agrobiotecnologie è opportuno tenere - al momento - un atteggiamento consapevolmente critico. La scoperta, di per sé legittima, di nuove possibilità tecnologiche innovative non può indurre automaticamente al loro impiego su larga scala, senza una verifica interdisciplinare che consideri i rischi etici e faccia prevalere sempre e comunque i bisogni e gli interessi della collettività su quello dei potentati e degli interessi economici. Si rende sempre più necessario fissare limiti e vincoli chiari alle loro applicazioni, ponendo al primo posto il valore della persona umana, della vita e dell’ambiente, ed escludendo da ogni possibilità di sfruttamento economico l’uso del patrimonio genetico. Occorre attivare un’etica della responsabilità, che consenta a tutti di partecipare allo sviluppo e di gestire in modo sapienziale le innovazioni, senza subirle passivamente.

    Sarà fondamentale in tutto questo l’informazione e la formazione al consumo critico. Un compito etico, quello dell’informazione e della formazione, di primo ordine, perché corrisponde al rispetto della libertà di cui il Creatore ci ha dotato e consente ad ognuno di scegliere in modo umano e umanizzante. Ammonisce la Bibbia:

    "Non provocate la morte con gli errori della vostra vita, non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani, perché Dio non ha creato la morte. Egli ha creato tutto per la vita: le creature del mondo sono sane; in esse non c’è veleno di morte" (Sap 1,12-13).

    Il problema è che siamo noi ad inserirei "il veleno di morte" nelle realtà che ci circondano, commettendo un’offesa gravissima al Creatore e alla persona umana che Dio ha voluto nel mondo per la vita, e non per la morte. Spiega in modo suggestivo il libro della Sapienza:

    "Prevalere con forza, o Signore, ti è sempre possibile. Chi potrebbe opporsi al potere del tuo braccio? Tutto il mondo è davanti a te come un granello di polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.

    Eppure tu hai compassione di tutti, perché tutto puoi. Non guardi al peccato degli uomini, purché si pentano, perché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato.

    Se non l’avessi amate, neppure l’avresti create.

    E come potrebbe sussistere una cosa se tu non la volessi? O come si conserverebbe, se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Ma Tu risparmi tutte le cose, perché tutte le cose sono tue, Signore, amante della vita" (Sap 11,21-26).

    Mons. Carlo Rocchetta
    Teologo e Consigliere ecclesiastico nazionale della Coldiretti
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