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N.734 - 4 Novembre 2005 |
CONSUMI: COLDIRETTI, ARRIVA CIBO "A CHILOMETRI ZERO" SU SCAFFALI E MERCATI Più
spazio negli scaffali dei centri commerciali e nei mercatini delle piazze ai cibi
locali "a chilometri zero", sostenibili dal punto di vista ambientale
perché non fanno consumare carburante necessario al trasporto e contribuiscono
a ridurre l'inquinamento atmosferico ma garantiscono anche condizioni di genuinità
e freschezza uniche non essendo soggetta ai lunghi tempi di viaggio dei prodotti
importati. Lo rende noto la Coldiretti nel commentare con soddisfazione il voto
favorevole della Camera alla conversione del decreto-legge su "Interventi
urgenti in agricoltura" che contiene norme per favorire la presenza di prodotti
agricoli regionali nella moderna distribuzione, attraverso accordi di filiera.
Con l'approvazione definitiva del provvedimento si aprirà la possibilità
di assicurare ai prodotti alimentari legati al territorio il giusto spazio di
vendita sugli scaffali dei supermercati, nell'interesse delle imprese agricole
e dei consumatori. In Italia - rivela la Coldiretti - secondo i dati divulgati
dall'Ispettorato Repressione Frodi sulla base dei risultati di una vasta attività
di controllo sugli scaffali di vendita della distribuzione commerciale quasi un
frutto su quattro è straniero e la volontà di valorizzare la produzione
locale è coerente con l'obiettivo di favorire lo sviluppo economico generale
del Made in Italy, ma anche di assicurare una crescita sostenibile dal punto di
vista ambientale per le ricadute che tali cibi hanno sul territorio. La disposizione
rappresenta un importante risultato della mobilitazione Coldiretti a sostegno
del Made in Italy alimentare perché stabilisce che nelle grandi strutture
di vendita e nei centri commerciali siano posti in vendita prodotti provenienti
dalle aziende agricole ubicate nel territorio delle regioni interessate in una
congrua percentuale, da definire sulla base di intese di filiera, rispetto alla
produzione agricola annualmente acquistata. Peraltro, al fine di migliorare l'accesso
ai mercati degli alimenti locali si impegnano i Comuni a destinare spazi adeguati
agli imprenditori agricoli che intendono vendere direttamente i prodotti e pertanto
si prevede che i Comuni, sulla base delle disposizioni emanate dalle Regioni,
stabiliscano l'ampiezza complessiva delle aree da destinare all'esercizio di questa
attività, nonché le modalità di assegnazione dei posteggi,
la loro superficie e i criteri di assegnazione delle aree riservate, in misura
congrua sul totale. Dall'uva del Sudafrica alle pere argentine, fino alle mele
cinesi che hanno registrato un aumento dell'import del 400%, le famiglie italiane
trovano sui banchi sempre più frutta dall'estero che nel 2004 ha raggiunto
- stima la Coldiretti - un valore complessivo di 1,7 miliardi di euro. In particolare,
oltre la metà della frutta importata viene da Paesi del centro e Sud America
come Equador, Colombia, Cile, Argentina e Brasile (55% del valore totale delle
importazioni) con un aumento degli arrivi in valore pari al 35% dal 2000 al 2004.
Rilevanti anche le importazioni dalla Spagna con il 20% del valore complessivo
e dai Paesi africani con in testa il Sud Africa ma anche Tunisia, Marocco ed Egitto.
In forte crescita le importazioni dalla Cina con un aumento del 290% dal 2000
al 2004, anche se restano ancora limitate a un valore di 4,3 milioni di euro.
La crescita delle importazioni di ortofrutta - continua la Coldiretti - mette
a rischio il primato italiano nel settore che ha livelli da primato in Europa
con 16 milioni di tonnellate di ortaggi e quasi 20 milioni di tonnellate di frutta.
Da difendere c'è dunque un interesse concreto per gli imprenditori agricoli
nazionali ma anche dei consumatori come dimostra il fatto che, secondo l'"Indagine
2005 COLDIRETTI-ISPO sulle opinioni degli italiani sull'alimentazione", tre
italiani su quattro (+8 percento) sono d'accordo sul fatto che "se il prodotto
alimentare è italiano sono più sicuro da dove proviene e quindi
mi fido di più" e, per questo, per assicurarsi l'origine italiana
degli alimenti, quasi la metà degli italiani (46 per cento) si è
detta addirittura disposta a pagare di più. |