
NOTE
SULLE ORIGINI DEL GIARDINO SEGRETO DI MONTECAVALLO

La
vasta area dove si trova Palazzo Pallavicini Rospigliosi ha avuto
come proprietario dal 1610 al 1616 il cardinale Scipione Borghese
Caffarelli, "cardinal nepote" di Paolo V Borghese (1605-1622).
In quest'area il grande cardinale, famoso per la sua indefessa attività
di accaparratore di opere d'arte e di patrimoni per la famiglia, oltre
che di costruttore di palazzi, volle realizzare il suo "giardino
di Montecavallo" proprio nei pressi del magnifico palazzo pontificio
del Quirinale per il quale suo zio Paolo V aveva dedicato grandi sforzi.
Passione breve e costosissima per Scipione Borghese che vendette dopo
solo sette anni a Giovanni Angelo Altemps l'area del giardino e dei
numerosi edifici che in esso si trovavano. Non si parla ancora, all'epoca,
del grande palazzo che vediamo oggi e che nel suo assetto unitario
ingloba diversi edifici, alcuni precedenti, altri voluti dal cardinale
Borghese e altri che si devono ai successivi proprietari Altemps,
Bentivoglio, Lante, Mazzarino e Pallavicini-Rospigliosi.
Scipione Borghese abbandonò il suo bel "giardino segreto"
per il palazzo di Ripetta (il "Clavicembalo") e per la vigna
al Pincio ai quale dedicò sforzi notevoli, da vero amante dell'arte
quale era. I risultati ne fanno ancora oggi con il palazzo Borghese
a Ripetta, la villa Borghese con il palazzo sede del museo Borghese
e tutti gli edifici costruiti nell'area della "vigna", un
patrimonio monumentale tra i più interessanti al mondo.
Ma sia pure nei pochi anni in cui ha avuto la proprietà dell'area
del Giardino di Montecavallo, Scipione Borghese è stato l'artefice
di almeno due opere d'arte significative alle quali mise mano il bolognese
Guido Reni: l'Aurora con il carro di Apollo (dipinto al contrario
affinchè si specchi sul pavimento e consenta, quindi, di ammirare
l'Aurora dal verso giusto senza sforzo alcuno) e il pergolato al quale
collaborò il fiammingo Paolo Brill.
L'Aurora, una glorificazione di Scipione Borghese stesso nella figura
di Apollo trionfante, è considerata una sorta di emblema di questo
momento storico. Il pergolato, popolato di animali e piante e da coppie
di deliziosi puttini frammezzate dai fiori era il cuore del giardino
segreto del grande cardinale, autentico signore di Roma.
Prima ancora dell'acquisizione dell'area da parte del card. Scipione
Borghese l'area era occupata da notevoli resti di età classica relativi
alle terme di Costantino che lo stesso cardinale, purtroppo distruggerà
con estrema disinvoltura per realizzare il suo giardino.
Era questa un'area di notevole interesse per gli uomini di cultura
dell'epoca. Non è difficile immaginare Michelangelo Buonarroti a passeggio
con Vittoria Colonna in volontario e vedovile esilio a pochi passi,
nel convento domenicano annesso a san Silvestro al Quirinale. Numerosi
i fabbricati di rilievo che oggi non ci sono più: un Ginnasio greco,
le case del Platina e di Pomponio Leto. Proprio sui ruderi delle Terme
costantiniane si trovavano gli Eremiti di San Girolamo con la Chiesa
di San Salvatore "de cornutis" demolita per far posto al
giardino. Vi erano anche numerose ville del patriziato romano scomparse.
Paolo V, durante il suo pontificato, ha dato un nuovo assetto a tutto
il colle del Quirinale, a partire dal palazzo pontificio che Gregorio
XIII aveva voluto come sede estiva dei papi, operando per riqualificarlo
e farlo divenire quasi un secondo Vaticano e per dargli maggior fasto
e solennità. In questa scia si innesta l'impresa di Scipione Borghese.
Da una parte il palazzo ufficiale della rappresentanza pontificia
del potere e dall'altra il giardino, inteso come luogo di delizie
più profane che sacre.
Scipione acquisì, pezzo per pezzo, a partire dal 1610, l'area delle
terme di Costantino. Ma si era già dato da fare da tempo per avere
i permessi per portarvi, da largo di Santa Susanna, l'Acqua Felice
dell'acquedotto di Sisto V. Il primo pezzo, dopo corteggiamento assiduo
che durava da anni, fu quello relativo al giardino e al Casino Biondo,
lo acquistò da Fabio Biondo Patriarca di Gerusalemme e maggiordomo
del Papa e prefetto dei palazzi apostolici. Il "casino Biondo",
che, nel palazzo, è quello dove si trova il pergolato di Guido Reni
è l'area più antica dell'edificio e forse la più bella.
Dopo questo acquisto il dono da parte dello zio papa di una parte
del palazzo Ferrero che si trovava nell'area che sta tra l'attuale
Corte costituzionale e vicolo del Mazzarino. Quindi nel 1611 altre
piccole proprietà tra cui un torrione, alcune casette e, per 11 mila
scudi a carico della Camera apostolica, la casa delle Zitelle del
Rifugio, suore che furono d'ufficio spostate a via della Dataria.
La chiesa di San Gerolamo venne spregiudicatamente demolita con la
scusa di allargare la strada verso il palazzo apostolico. Agli Eremitani
che la gestivano venne concessa la chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio
a Trevi.
Dopo tante disinvolte spoliazioni, il cardinal Scipione tributò alle
suore Zitelle del Rifugio una donazione (ridicola rispetto a quanto
aveva ottenuto) di mille scudi per farle più sollecitamente sloggiare
verso via della Dataria. Un'altra zona acquistata fu quella di proprietà
di un tale Tranquillo Ceci, relativa all'area verso il vicolo del
Mazzarino. Quindi il Torrione dei Piccolomini e quello dei Colonna.
Nel 1612 completata l'acquisizione dell'area necessaria per il giardino
iniziò l'opera di abbattimenti a cominciare dai due torrioni per realizzare
i primi edifici a filo con il casino dell'Aurora.
Abbattimenti spregiudicati di opere certamente importanti, quali il
notevole complesso termale di Costantino, che ebbero bisogno nel 1614
dell'approvazione pontificia con un Breve di autorizzazione.
Non aveva ancora completata l'acquisizione delle varie aree che già
Scipione Borghese diede il via alle principali opere pittoriche, E
cominciò proprio con il casino del Patriarca Biondo dove nel 1611
fu realizzato da Guido Reni e Paolo Brill il pergolato nella loggia
(originariamente a cinque archi, poi a tre) che fungeva da passaggio
tra il giardino segreto e il palazzo principale, del tutto recuperato
nel nuovo edificio boghesiano, sia pure con modifiche notevoli.
Poche tracce ci sono del complesso arboreo che costituiva il giardino
e che non doveva essere roba da poco. Oltre al Casino Biondo altri
quattro erano i padiglioni, di piccola entità. Nella parte di giardino
che scendeva verso la Suburra (più o meno dove ora è la Banca d'Italia)
è realizzato il Casino Psiche, con scene tratte dalle Metamorfosi
di Apuleio (distrutto intorno al 1870 per realizzare via Nazionale).
Nel 1611 fu costruita anche la loggia delle muse e il teatro d'acqua
con le statue del Po e del Tevere.
Sempre nel 1611 si iniziò il lavoro per la parte del giardino verso
la piazza di Montecavallo con il Casino dell'Aurora concluso alla
fine del 1612 (nel 1614 Guido Reni concluse la sua opera pittorica
più famosa), in ritardo perché si attendeva lo sfratto delle Zitelle
del Rifugio e la demolizione della Chiesa di san Gerolamo per avere
la piena disponibilità dell'area.
Contemporaneamente a queste opere Scipione Borghese iniziò ad interessarsi
di più delle fabbriche alla vigna al Pincio e a Ripetta, rispetto
a quelle sul Quirinale. Una volta realizzato il magnifico giardino
e le logge mancava solo un palazzo per il quale si iniziarono a gettare
le fondamenta per opera del Vasanzio e, forse, del Maderno. Un palazzo
che però viene costruito con un impegno senza dubbio più modesto da
parte di Scipione Borghese attento ad altre fabbriche, come detto.
Nel 1616, l'8 maggio, la vendita al duca Giovanni Angelo Altemps per
115 mila scudi. Nelle valutazioni: 200 scudi l'Aurora di Reni, 520
le pitture di Tassi e Gentileschi, 247 quelle del Tempesta e 300 quelle
del Cigoli nel casino delle Muse; la somma vertiginosa di 700 scudi
per la Pergola. Viene descritto il giardino segreto: il 'palazzino
di ritiramento' (il casino Biondo), la 'loggia da cenare' (il casino
di Psiche), la 'loggia dell'Aurora' con due stanzoni per banchetti
e con la peschiera per le barche, 'il fontanone con il teatro d'acqua'
e la 'loggia delle muse'. Molto poco si dice del palazzo proprio perché
appena terminato passa di mano senza quelle rifiniture che erano state
invece dedicate dal Borghese ad altri edifici.
Uno dei motivi per cui si dovette disfare del giardino di Montecavallo
fu, senza dubbio, la costosissima manutenzione. Lo stesso Altemps
lo tenne per soli tre anni e lo rivendette nel 1619 per 55 mila scudi
ad Enzio Bentivoglio, che lo diede al suo parente cardinal Guido,
nunzio apostolico in Francia presso la corte di Luigi XIII.
A questo periodo risalgono le opere di Giovanni Mannozzi da san Giovanni:
i tre ratti di Europa, di Anfitrite e di Persefone e i fregi con paesi
di Filippo D'Angelo e Pietro Paolo Bonzi al piano terra della parte
Rospigliosi del Palazzo e altre tre opere sempre di Giovanni da San
Giovanni nella parte Pallavicini: un Incendio di Troia, la Morte di
Cleopatra e l'Allegoria della Notte.
Intorno al 1633 i Bentivoglio vendettero ai Lante che vendettero nel
1641 al cardinale Giulio Mazzarino. Nel 1704 Filippo Mancini duca
di Nevers nipote di Giulio Mazzarino vendette ai Pallavicini Rospigliosi.
Il giardino segreto scomparve quasi del tutto dopo il 1870 con lo
sventramento per i lavori di realizzazione di via Nazionale.
I Pallavicini possiedono ancora il secondo piano del palazzo e parte
del giardino superstite.
La parte Rospigliosi del palazzo è sede della Coldiretti.

LA
FAMIGLIA, IL PALAZZO E LA COLLEZIONE ROSPIGLIOSI-PALLAVICINI

La
famiglia Pallavicini era una delle prime di Genova e faceva parte
del Libro d'Oro della nobiltà ligure fin dal 1400. Uno degli esponenti,
Nicolò, tra i suoi 22 figli ne ebbe tre che iniziarono il ramo romano
della famiglia nel 1600: Lazzaro, Stefano e Carlo.
Lazzaro (1602-1680) giunse ai più alti gradi della gerarchia ecclesiastica
e fu eletto cardinale da papa Clemente IX Rospigliosi. Si impegnò
molto per la sua famiglia e fece sposare sua nipote Maria Camilla,
unica erede del fratello Stefano, con Giovan Battista Rospigliosi,
nipote di Clemente IX.
Ebbe inizio così la storia di una grande famiglia romana che, nei
due rami Pallavicini e Rospigliosi, è strettamente legata alla storia
del palazzo di Montecavallo.
Preoccupazione del Cardinale Lazzaro Pallavicini fu proprio quella
di elevare il più possibile il ramo romano della famiglia. I Rospigliosi,
provenienti da Pistoia, avevano anche loro desiderio di crescere in
prestigio per cui si trovarono ben d'accordo con le mire del porporato
che, come prima iniziativa, si adoperò con complicate operazioni per
mantenere vivo il cognome Pallavicini. Fu stabilito infatti, per il
presente e il futuro, che se i Rospigliosi avessero avuto un solo
figlio maschio questo avrebbe dovuto portare anche il cognome Pallavicini,
con relativo titolo e beni legati al nome, fino alla nascita di un
secondo figlio maschio che avrebbe dovuto dare inizio al nuovo ramo
dei Pallavicni di Roma. Nel caso in cui i Rospigliosi avessero avuto
una sola erede femmina questa avrebbe dovuto legare il cognome e i
beni dei Pallavicini al futuro marito e ai suoi discendenti.
Contemporaneamente Lazzaro si impegnò ad accrescere un notevole patrimonio
di opere d'arte e a conquistare una residenza dignitosa per i suoi
eredi.
In un primo momento (1674) acquistò un palazzo dalla famiglia Barberini
nella zona del Monte di Pietà che però fu restituito ai Barberini,
riaprendo la questione della residenza, dal Nicolò secondogenito di
Maria Camilla Pallavicini e Giovan Battista Rospigliosi che nel 1694,
come stabilito dalla regola, aveva assunto il cognome Pallavicini.
Nel 1704 i Rospigliosi-Pallavicini acquistarono il Palazzo sul Quirinale
sistemando le collezioni d'arte così come oggi sono ancora collocate.
Un palazzo che dovette sembrare all'altezza di una famiglia in ascesa,
con un immenso giardino che si estendeva in tre ripiani verso la via
dei Serpenti e la Chiesa di Sant'Agata dei Goti.
Dopo il periodo, breve ma intenso, in cui Scipione Borghese Caffarelli
aveva arricchito le logge dell'Aurora, delle Muse e di Psiche, il
Teatro d'acqua e il Casino Biondo con le opere che abbiamo detto di
Guido Reni, Paolo Brill e altri, solo il cardinale Guido Bentivoglio,
tra quelli che ebbero la proprietà del palazzo si interessò ad arricchirlo
con interessanti opere d'arte che abbiamo già indicato di Giovanni
da san Giovanni sia al piano terra che al piano nobile, del Gobbo
dei Carracci e Filippo d'Angelo. Non molto fecero i Bentivoglio per
arricchire il Palazzo dal punto di vista architettonico. Poi la vendita
ai Lante e quindi al cardinale Giulio Mazzarino prima del 1642. Fu
comunque lui, o i suoi eredi, a estendere il palazzo verso sud ovest
inglobando anche la loggia del pergolato nel palazzo.
Nel 1704 i Pallavicini acquistando il palazzo dai Mancini, eredi del
card. Mazzarino lo ampliarono verso sud e fecero costruire le scuderie
nel giardino principale. Avvenne quasi subito la divisione del palazzo
nelle due quote equivalenti Pallavicini e Rospigliosi che vige tuttora.
Ai primi il piano nobile, il casino dell'Aurora e quello delle Muse.
Ai secondi il piano terra, il secondo piano (allora incompiuto) e
il casino dei famigli.
Le collezioni artistiche subirono identica sorte con divisione netta
tra i due rami e la collocazione che si può ritrovare ancora oggi
nell'ordine originario.
Inizia però una storia artistica di grande rilievo con un patrimonio
rilevante rimasto pressochè integro nei due rami ed arricchito per
la munificenza di personaggi come San Carlo Borromeo che fece doni
di opere di grande valore alla nipote Giustina, sposa di Camillo Rospigliosi,
figlio di Maria Camilla; la famiglia Colonna agli inizi dell'800,
la cui erede Margherita Gioemi Colonna andò sposa a Giulio Cesare
Rospigliosi Pallavicini portando un terzo dei beni della illustre
casata che si estingueva con le sue due sorelle nella linea diretta
(un'altra delle due quote Colonna fu recuperata in seguito da Giulio
Cesare per riunirlo ai beni della moglie Margherita e dividerlo equamente
nelle solite due quote Pallavicini e Rospigliosi).
Lungo tutto il 1700 e parte dell'800 fu tutto un susseguirsi di accrescimenti
delle gallerie e di problemi per la stabilizzazione della discendenza
Pallavicini-Rospigliosi. Furono appunto Giulio Cesare Rospigliosi-Pallavicini
e Margherita Colonna a rimettere in moto la divisione delle due famiglie
com'era nelle intenzioni del loro antenato illustre cardinale Lazzaro
Pallavicini. Il primogenito Clemente Rospigliosi e il secondo Francesco
Pallavicini restaurarono i due cognomi e il possesso delle due proprietà.
(a cura di Nunzio
Primavera)